Uno dei ricordi dell’attesa: la passeggiata verso San Luca

Domenica scorsa stavamo tornando dalle vacanze e lo abbiamo rivisto in lontananza, svettava nel cielo grigio di Bologna. Era il Santuario di San Luca.

Era giugno 2013 quando abbiamo deciso di trascorrere un weekend nel centro storico bolognese. Prima di partire avevo cercato qualche spunto per la nostra visita sul libro “101 cose divertenti, insolite e curiose da fare gratis in Italia almeno 1 volta nella vita” di Isa Grassano e fui accontentata.

“Andare a piedi a San Luca per fare avverare un desiderio”

Il mio primo pensiero fu: “Nulla vien per caso”.

Aspettando l’adozione

Era uno di quei momenti faticosi che si vivono nell’attesa del percorso adottivo. Eravamo consapevoli di dover ancora aspettare, ma alcuni giorni erano più pesanti.

Ricordo che ero accompagnata dal pensiero di quella telefonata che ci avrebbe reso mamma e papà. Nel frattempo cercavamo di vivere il nostro tempo al massimo, colorandolo di belle emozioni. Quell’estate avevamo puntato sulle gite, sui viaggi per ricaricarci di energia nuova.

Salita al Santuario di San Luca

Leggendo il libro ero rimasta affascinata dalla descrizione di quell’itinerario così particolare e amato, sia dai bolognesi che dai turisti. Dovevamo andarci!

Sarebbe stata una passeggiata di quasi 4 Km, lontani dal traffico cittadino e arrivati a destinazione avremmo goduto di un panorama mozzafiato. I colli bolognesi e Bologna visti dall’alto.

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Una volta arrivati a Bologna, ricordo che dopo aver passeggiato per il centro, gustato le prelibatezze locali, dedicammo la domenica mattina alla camminata verso il Santuario di San Luca. Il percorso ha inizio da Porta Saragozza ed è protetto dal porticato più lungo del mondo.

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Avevo promesso a me stessa che mi sarei concentrata solo sul mio desiderio dentro al cuore.

Quel pensiero avrebbe risuonato per tutto il tragitto, convincendo San Luca a realizzare il nostro sogno al più presto. Ricordo, invece, una delle chiacchierate più lunghe e belle con mio marito. E dire che io non sono una persona silenziosa e di chiacchierate ne facciamo. Eppure, quella passeggiata mi è rimasta impressa perché abbiamo parlato moltissimo.

Arrivati in cima, mi resi conto che ero venuta meno alla mia promessa. Cercai di rimediare con la preghiera, una di quelle a modo mio. Una conversazione privata tra me e “il Signore del piano di sopra”. Qualche secondo solo nostro, a cuore aperto.

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La Basilica era chiusa, non la visitammo. Dopo qualche foto e un po’ di riposo, ci dirigemmo verso i portici per il viaggio di ritorno. Ricominciammo a parlare.

Ad Ottobre 2013 siamo stati scelti per nostro figlio. Da quel momento ho sempre pensato che San Luca ci avesse letto nel cuore.

Quell’estate ci furono altri segnali, che sul momento non dicevano nulla. Riflettendoci dopo e leggendoli nella loro semplicità, abbiamo individuato quel filo che ci stava unendo al nostro bambino.

 

Viaggio nel cuore dell’adozione. Fabio Selini racconta il suo ultimo libro “Io non so ballare il samba”

Quando scelgo un libro da leggere deve scattare il colpo di fulmine. Leggo il titolo e il breve riassunto sul retro, guardo la copertina, le immagini e poi torno al titolo. “Sì, voglio leggerlo!” è spesso un impulso che viene dal cuore. E’ successo così con “Io non so ballare il samba” di Fabio Selini, un bella storia di adozione che ho divorato e che vi voglio raccontare.

Il libro narra sotto forma di diario, il viaggio che Paolo, Giulia e loro figlia, Larissa, hanno fatto in Brasile per conoscere Andrè. Quarantuno giorni di vita pieni di emozione. L’incontro con il figlio adottivo porta con sé il batticuore, la gioia, la difficoltà, la naturalezza che giorno dopo giorno conquista la quotidianità famigliare.

Fabio, papà adottivo e autore del libro, si racconta.

“In quei giorni in Brasile, ogni sera scrivevo alcune pagine del mio diario. Raccogliere le idee e le emozioni era come una coccola per me, per riappropriarmi di me stesso, dopo una giornata intensa e interamente dedicata alla nostra famiglia” mi ha confidato Fabio.

Il libro è dedicato ad Andrè (Otavio nella realtà), il figlio conosciuto in Brasile, che piano piano ha imparato a fidarsi e a lasciarsi conquistare dall’affetto della sua nuova famiglia. Papà Paolo ( Fabio Selini), mamma Giulia ( Gessica) e sua sorella Larissa ( Daria) lo hanno accolto tra le braccia, piccolo e in lacrime, poi tutti e quattro insieme giorno dopo giorno hanno imparato a conoscersi, lentamente. Un amore che cresce gradualmente, che avvolge, che riempie il cuore per sempre.

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Fabio racconta: “Il piccolo Otavio era molto confuso. Aveva 5 anni e mezzo e il suo stato d’animo era quello di un bambino che era stato scaraventato tra persone sconosciute, in una realtà completamente diversa. Non conosceva il significato di famiglia. Aveva la tata, aveva un letto diverso, viveva in un ambiente diverso. Doveva abituarsi e ha avuto bisogno di tempo. Il nostro primo incontro è stato più razionale, rispetto a quello con Daria, la nostra prima figlia adottiva. Lui aveva un passato diverso e un’età diversa, quindi una percezione molto più chiara di quello che accadeva”.

Il Brasile in quei giorni era, sì, la terra natia del piccolo Otavio, ma anche una realtà diversa da quella a cui erano abituati, che faticosamente vivevano, sapendo di non poter partire quando volevano. Tornare finalmente a casa per creare il loro nido, nuovo per tutti e quattro era il desiderio più grande. Hanno atteso 41 giorni per poter partire, hanno vissuto con ansia l’esito degli incontri con gli assistenti sociali e il decreto finale del giudice brasiliano. Poi, dopo diverse peripezie, ritirarono l’ultimo documento e pronti a partire, Otavio gridò: “Italia, Italia!”

“E’ stato un periodo denso di avventure e di momenti difficili con nostro figlio. Nonostante tutto sapevamo che sarebbe andata bene. Fosse stata la prima esperienza, la preoccupazione di quei giorni sarebbe stata disperazione. Abbiamo superato le difficoltà con amore, ragionevolezza e con il dialogo tra noi e con i nostri figli. – aggiunge Fabio – E’ fondamentale che la coppia si parli, si confronti e si confidi le debolezze e i pensieri meno luminosi. Poi, Daria è stata una grande risorsa per tutti noi. Ha accolto suo fratello con un cuore grande”.

Uno degli elementi che mi ha colpito in questo libro è stata la dedica iniziale.

A Otavio e Daria, i miei figli. A Michail e Vova, i miei figli perduti. A Gessica.

Ho chiesto a Fabio se voleva parlarmi dei figli perduti, perché proprio nei giorni scorsi avevo letto la sua intervista al magazine Vita, dove raccontava della triste storia che ha coinvolto la sua famiglia. Il caso delle adozioni in Kirghizistan.

E’ una storia che ci ha segnato la vita. Non è finita, ci sarà un processo. A quei bambini abbiamo fatto delle promesse e non abbiamo nemmeno potuto chiedergli scusa. Non sappiamo più nulla di loro”. Per migliorare l’istituto delle adozioni, bisogna parlare anche di ciò che va male, delle storie che hanno avuto un dolce inizio, come quello con Vova, con cui Fabio, Gessica e Daria hanno trascorso due settimane. Un tempo per cominciare ad amarlo, di un amore senza fine. Poi, purtroppo, lo scandalo in Kirghizistan li ha colpiti duramente. Da lì, un grande dolore.

Nonostante tutto, Fabio continua a credere nella meraviglia del diventare genitori con l’adozione.

Il loro cammino li ha portati in Brasile a conoscere Otavio, che oggi ha sette anni e ha un legame sempre più forte con la sua famiglia. “La sua energia è un ingrediente fondamentale da sempre!”.

Quando ho scelto di leggere questo libro, il samba è stata la parola che più di tutte le altre mi ha attirato. Ho pensato alla musica, al ritmo e alla vivacità. Avevo ragione! Le pagine del libro si susseguono, raccontando ogni emozione rendendola viva, unica. Ogni momento è scandito e colorato con grande sincerità, rendendo il tutto così reale da far battere il cuore. Fabio ha una scrittura potente, che colpisce, che ti fa venir voglia di leggere ancora.

 “Con mia figlia Daria vorremmo scrivere un libro-intervista dei nostri primi 10 anni insieme. Sarebbe bello parlare di adozione secondo suo punto di vista. – spiega Fabio – Adesso ha 14 anni e sta vivendo la sua estate di divertimenti, poi in futuro, se sarà convinta e decisa, inizieremo a pensarci”.

“Io non so ballare il samba” è un libro che ti consiglio, che parla di adozione internazionale e delle grandi emozioni che prendono vita. L’incontro, i primi giorni insieme, i momenti più radiosi e quelli più cupi, la complicità che prende forma. E, la famiglia adottiva che nasce, adagio, a piccoli passi.

 

Quando arrivano le domande sull’adozione

Sei tu la mia mamma di nascita?” ha chiesto mio figlio mentre gli raccontavo la storia della cicogna. Questa domanda ogni tanto ritorna.

“No, amore. Non sono io. Tu hai dormito per nove mesi nella pancia della mamma che ti ha fatto nascere. Noi ci siamo incontrati dopo, quando il saggio gufo ha scelto me e papà per essere per sempre una famiglia, per amarci e diventare grandi insieme” ho risposto.

Mamma mi proteggi?” ha aggiunto. “Certo, per sempre! ” ho detto prendendogli le manine.

Quando gli racconto la nostra storia e gli dico che nel giorno della sua nascita ha fatto “Cucù”, lui ride sempre. Gli occhi splendono, il viso si colora di una gioia infinita.

L’espressione cambia quando gli parlo della sua mamma di nascita, comprende e memorizza ogni parola. Non solo il significato, ma la tonalità. Lo sguardo diventa quello di un piccolo adulto che capisce e s’interroga. A volte, senza dire nulla. Invece, ogni tanto mi ferma con qualche domanda o con qualche sua considerazione ragionata, che mi lascia ogni volta a bocca aperta.

Mamma cosa stavi facendo quando io sono nato?“.

“Eri il mio sogno dentro al cuore. Ti aspettavo! Chiudevo gli occhi e sentivo la risata di un bambino. Proprio come la tua. Ascolta…”, così ho fatto partire un video, il primo che mi è venuto in mente e che riproduce quella risata ( la sua quando era piccolino era molto simile).

(Ora, non ridete. Fate partire il video e chiudete gli occhi.)

Direte, lo immaginavi piccolo e biondiccio? No, sentivo solo quella risata. All’inizio del nostro percorso adottivo lo immaginavo anche così piccolo, poi piano piano il “bambino immaginario” è cresciuto. Il mio non ha mai preso sembianze visive, rideva sempre.

La storia della cicogna è al primo posto della top five di questa settimana.

Abbiamo aggiunto qualche pezzetto in più nella sua storia, le sue origini. Ha ascoltato senza dire nulla. Io mi sento più leggera, perché ci sono tessere davvero importanti, fondamentali per continuare a costruire solide fondamenta. Una sola frase che ha aggiunto colore a tutta la favola, se così possiamo definirla. I nostri personaggi sono un po’ reali e un po’ di fantasia. Un mix che ci piace.

Ammetto che nella storia della cicogna manca ancora un elemento basilare, la figura del papà di nascita. Mio marito ed io ci siamo promessi di aggiungerla quanto prima.

Raccontando, quando arriviamo al punto che narra il nostro arrivo a casa, tutti e tre insieme, ogni volta mio figlio fa una domanda.

Mamma, la nostra storia finisce?

“No, amore. La nostra storia non finisce mai. Dura per sempre”. E il suo viso si colora di nuovo di una gioia infinita.

Le domande a volte si ripetono, o ne arrivano di nuove. Credo siano molto importanti le parole che si usano nelle risposte e a volte quando credo di averne usate di poco chiare, riprendo l’argomento dopo qualche ora. Comunque, sono certa che farsi trovare pronti ad ascoltare sia importante.

Prendersi cura del dialogo e ascoltare con attenzione sono grandi risorse per la famiglia.

Ci sono domande e risposte sull’adozione che nella tua esperienza di genitore o figlio adottivo ti sono rimaste impresse? Condividi con noi nei commenti.