Chi ha scelto il tuo nome?

Certe domande sai che prima o poi possono arrivare, eppure quando si presentano lasciano una sensazione di stordimento.

Proprio l’altro giorno, mentre con mio figlio percorrevo il cortile del palazzo dove abita la nonna, abbiamo incrociato una signora che non vedevo da tempo e che conosco di vista. Il mio piccolo uomo con la sua solare curiosità l’ha fermata e le ha chiesto:”Chi sei?”. La donna sulla sessantina lo ha guardato e ha risposto :” Tu chi sei? Come ti chiami?”. Mio figlio quindi si è presentato, come sempre, pronunciando fiero il suo nome e la signora ha rilanciato la conversazione chiedendogli:” E questo bel nome chi te lo ha dato, mamma o papà?”.
A quel punto il  mio sguardo si è  raffreddato, il mio respiro è rimasto  sospeso e incapace di continuare. Non ho saputo dire nulla, ho fatto cadere la domanda e ho posato i miei occhi su mio figlio, che nel frattempo era rimasto in silenzio. Non era da lui.

Dentro mi sono sentita colpevole per non aver saputo dire niente, ma cosa avrei potuto dire? Quella donna che conosco di vista e che non credo sappia della nostra storia adottiva, ho pensato non meritasse di sapere alcun dettaglio. Rispondendo io al posto di mio figlio, avrei dovuto argomentare una spiegazione, che io e mio marito  daremo solo a lui e quando lo riterremo opportuno.

puzzle

Sono rimasta infastidita da quella domanda, perché è un mattoncino che ancora non abbiamo posato nella storia della cicogna. Mi ha colpito leggere nello sguardo di mio figlio quella sensazione di spaesamento, come se dentro di lui si dicesse:” oh oh questa cosa non la so, chissà chi avrà scelto il mio nome”. Forse perché quel pezzetto della sua storia, che conosce, l’ha già fatta sua e quella tessera del puzzle non c’era nel mucchio. Quel suo silenzio ha fatto un gran rumore nel mio cuore.

Dopo aver salutato la signora abbiamo proseguito e siamo andati a pranzo dalla nonna, riprendendo da dove avevamo lasciato, dai saltelli di canguro e dai passi di elefante. Che passi pesanti gli ultimi!

Dopo qualche ora, a casa con papà, ho provato a riprendere l’argomento per vedere se, stimolandolo con il ricordo della signora, aveva qualche domanda da fare o qualcosa da dire. Nulla! Nemmeno si ricordava della signora, pare.

Vi siete mai trovati in situazioni come quella che ho vissuto io?

Nel frattempo, sto cercando di cucire una morale per questa storia. Credo possa trovarsi in un pensiero che ho appreso di recente, secondo il quale anche dove non c’è una risposta, l’importante è dimostrare di esserci per parlarne. Credo di averlo fatto riprendendo il discorso la sera, anche se sembrava non ricordare più nulla.
Cosa ne pensi?

Raccontare l’adozione

Esiste il momento giusto per iniziare a raccontare l’adozione? Questa è la domanda su cui ogni tanto torno a riflettere. Io credo che parlare a nostro figlio della sua storia con una breve favola e ogni tanto aggiungere qualche dettaglio sia importante per lui e per noi, per nutrire il legame che ci unisce sin dai primi giorni del nostro innamoramento.

Nascita e adozione si annodano e si stringono, diventando un tutt’uno.

Tutti i bambini per nascere e crescere sani e felici hanno bisogno del seme che dà la vita, dei particolari che li rendono unici e di una famiglia che si prenda cura di loro, proprio come l’albero, per vivere bene ha bisogno del seme, delle radici, del tronco, della chioma, dell’acqua e del sole.

Questa frase è tratta dal racconto “C’è sempre un nido per me. L’adozione raccontata ai bambini”, di De Camillis, Zaccariello e Costa. E’ uno dei libri sull’adozione che ho scelto per raccogliere nuovi spunti di riflessione.
libri sull'adozione

Un racconto breve con illustrazioni semplici e colorate che comincia a narrare la storia adottiva sin da quell’abbraccio che ha dato inizio alla vita del bambino. Quell’abbraccio che fa pensare anche al papà di nascita, spesso messo da parte anche se protagonista.

Come raccontare l’adozione?

Ci sono dei passaggi di questo libro che mi hanno colpito molto e che vi propongo.

La piccola vita sta al caldo in un posto sicuro. Ha bisogno di tempo per crescere.      

Il grembo materno dentro cui mio figlio è cresciuto, quello da cui è nato. Quella pancia che lo ha confuso all’inizio. Sì, all’inizio pensava fosse la mia. Ora sa che è nato dalla pancia di un’altra mamma, la mamma che lo ha fatto nascere, donandogli la vita.

Spesso, capita che corra a darmi un bacio sulla pancia e che mi guardi, sorridendo, rimanendo in silenzio. Uno sguardo che ci unisce, come quel cordone lo univa a quel grembo. In quello sguardo ci riconosciamo come madre e figlio, così come nel legame che cresce e si rafforza giorno per giorno.

La donna lascia al bambino in dono qualcosa di sé: il colore della pelle, degli occhi, dei capelli.

I doni che la mamma di nascita ha lasciato a nostro figlio sono importanti e vorrei già li cogliesse perché fanno parte delle sue radici, senza le quali non si può crescere in armonia con sé stessi. A piccoli passi, crescendo, vorrei ne riconosca il valore.

Le autrici del libro al termine del racconto parlano ai genitori di come raccontare al bambino la nascita e l’adozione e usano la metafora dell’albero. Sottolineano che la pianta per vivere deve rimanere unita alle sue radici, quindi i genitori adottivi accogliendo il bambino, accolgono la sua storia. Presentano un piccolo vademecum con delle riflessioni per accompagnare mamma e papà durante la lettura del racconto al proprio bambino.

Deve essere data loro l’opportunità di parlarne, di riannodare il filo della loro esistenza, per stabilire una continuità tra passato e presente.

Credo che i bambini, anche se piccoli, comprendano e gradualmente diventino consapevoli della loro storia. Non credevo mio figlio potesse cominciare così presto con le domande, eppure mi ha chiesto il nome della mamma che lo fatto nascere. Gli ho risposto: “non lo sappiamo”.  Dopo qualche giorno mi ha chiesto se potevamo darle noi un nome, gli ho risposto:”Ha già un nome ma non lo conosciamo”. Allora gli ho detto che se lui fosse stato d’accordo potevamo chiamarla “mamma di nascita”. Ha detto di sì.

Quando sono così piccoli, credo che i bambini assorbano tutto, proprio tutto, quello che gli raccontiamo. Ecco perché, anche usando la fiaba, ci atteniamo ai fatti reali.

Ci vorranno un po’ di anni prima che inizi a riannodare quel filo. Ci saranno tante domande, forse. Purtroppo ad alcune potremmo rispondere solo dicendo “non lo sappiamo”. Credo siano importanti anche queste risposte.

Continueremo a nutrire la pianta con amore e cura, affinché si tenga ben salda al terreno dove affondano le sue radici. Quelle radici che desideriamo impari a conoscere, a piccoli passi, rispettandolo nella sua crescita.

Il libro di cui vi ho parlato suggerisce molte riflessioni e sono un’occasione per fermarsi a pensare su quanto sia fondamentale raccontare l’adozione. Tu cosa ne pensi?

 

 

 

La sua storia come un arcobaleno

Il mese di Settembre per me è sempre stato speciale, l’ho sempre sentito come il mese della fioritura delle idee e dei nuovi progetti.

L’estate si accinge a terminare, le giornate si accorciano e l’aria fresca della sera accarezza la pelle lasciando un leggere brivido, delicato ma deciso. La stessa sensazione l’ho provata qualche settimana fa, davanti alla maestosità del mare, dove, tendendo la mano verso l’orizzonte, ho indicato a mio figlio la sua Terra d’origine. ” Laggiù, lontano, lontano .. dove finisce il mare, c’è una Terra grande grande..”, senza considerare distanze o posizioni geografiche, ma indicandogli la direzione.

Nei mesi scorsi ho buttato qualche seme, prendendo al balzo qualche sua parola esclamata davanti alle pagine di un libro. Quel giorno invece ho preso un pezzetto e insieme abbiamo cominciato il puzzle della sua storia.
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Il sole stava tramontando e il faro alle nostre spalle iniziava a emettere scie luminose nel cielo. In quel momento ci siamo guardati intensamente e dal brillare dei suo occhi ho capito che quel tassello della sua storia era ora nel posto giusto, nella sua testa e nel suo cuore.

Accanto a noi c’era mio marito che osservava e ascoltava in silenzio, entrambe sapevamo che quello era e sarebbe rimasto un momento indimenticabile della nostra storia.

Forse abbiamo tardato, eppure nel mio cuore sento che questo è il momento giusto per iniziare a raccontargli la sua storia, dandogli forma e colore, vestendola con gli abiti della realtà. All’inizio sarà breve e nel tempo l’arricchiremo di altri dettagli. Quanto seminato fino ad oggi sarà utile per comprender meglio.

A proposito della narrazione della storia, ho letto recentemente il libro “Cavalcando l’arcobaleno“, scritto dalla psicologa Simona Giorgi.

Ho trovato alcuni elementi fondamentali per costruire la “favola arcobaleno“, come la chiama l’autrice. L’arcobaleno ha il compito di creare un ponte tra passato e presente.

Simona Giorgi indica nel suo libro i temi importanti da inserire nella storia del bambino, tutti o in parte. Li riporto, citandoli dal libro:

  • il grembo caldo che ha accolto per nove mesi il piccolo;
  • l’abbandono che deve essere riletto in positivo;
  • il periodo di istituzionalizzazione, se vi è stato, con le figure che hanno accudito il bambino;
  • l’adozione intesa come una vera seconda rinascita che non cancella la prima ma che  comincia a porre le basi per la costruzione dell’arcobaleno, ossia dell’anello di congiunzione nelle storia di un bambino speciale che ha avuto due mamme;
  • il primo incontro avvenuto  tra la coppia e il piccolo;
  • le cure materne “certe” che tentato di curare le ferite;
  • gli altri, la diversità, le difficoltà incontrate e il modo di affrontarle e superarle;
  • la ricerca delle origini per ricostruire la propria identità, mai osteggiata dalla nuova famiglia;
  • …fino alla consapevolezza di aver visto splendere il proprio arcobaleno, anello di congiunzione tra passato, presente e futuro grazie a questo “c’era una volta” speciale.

La sua vita è un dono, la sua storia è l’inizio di un viaggio. So che mio figlio ascolterà.