Adozione internazionale: Antonella racconta le sue esperienze

Antonella è mamma di cuore di due splendidi bambini etiopi e ci racconta la sua storia di adozione internazionale.

Cosa significa per la vostra famiglia la parola adozione?

Sia io che mio marito abbiamo sempre pensato ad adottare un bambino quindi dopo le prime difficoltà a percorrere strade “tradizionali” ci siamo diretti verso l’adozione. Nel nostro percorso abbiamo conosciuto molte coppie e constatato che spesso viene considerata una scelta di serie B, noi pensiamo sia un altro modo per costruire una famiglia.

1 famiglia e 2 percorsi adottivi

Quali ricordi ed emozioni delle due esperienze adottive porti nel cuore?

Innanzitutto i due percorsi sono stati diametralmente opposti in tutto. Il primo rappresentava il raggiungimento di un sogno inseguito da tempo e una vita da scoprire con le ansie e le paure di essere all’altezza, mentre nel secondo c’era più consapevolezza ma allo stesso tempo sono aumentate le preoccupazioni per la figlia che era già con noi e per il figlio che sarebbe arrivato.


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Il primo percorso

I quasi due anni trascorsi in attesa della nostra prima figlia sono stati un’escalation di emozioni : felicità, impazienza, paura. Dal momento in cui abbiamo ricevuto la sua prima fotografia è stato come se la conoscessimo da sempre e fin da subito abbiamo pensato che non poteva essere che lei. Il nostro primo incontro è stato naturale lei era così piccola e brava che è nato tutto spontaneamente e gradualmente. Sono stati i dieci giorni più belli della nostra vita!

Il secondo percorso

Innanzitutto la decisione di intraprendere una seconda adozione è venuta spontanea visto l’esperienza precedente ed il desiderio di avere più di un figlio. I mesi trascorsi nell’attesa sono stati molto diversi perché eravamo già una famiglia quindi eravamo concentrati sul preparare la bambina al nuovo arrivo per non che subisse traumi. Dal momento in cui ci è stato comunicata l’identità del secondo figlio abbiamo iniziato a concretizzare l’idea ed è aumentata la paura per il suo stato di salute. A differenza del primo percorso non ci è stata data una fotografia e la sua scheda medica non era molto positiva, quindi l’ansia prima di incontrarlo è stata tantissima.

Il post adozione è il cammino che si apre davanti ai nostri occhi appena abbiamo la mano dei nostri figli intrecciata alla nostra.

Ci sono aneddoti che vorresti raccontare sulla “nascita” della vostra famiglia e poi sull’arrivo del ” fratellino”?

Il ricordo più vivo è quando ci siamo trovati per la prima volta in quattro nella camera d’albergo, io e mio marito ci siamo improvvisamente resi conto di quanto avevamo fatto e anche dell’incoscienza che abbiamo avuto. Si perché senza quella non avremmo fatto il secondo percorso.

Ci sono stati momenti difficili rispetto all’accoglienza, l’integrazione o l’inserimento a scuola dei tuoi figli?

I nostri figli vengono visti come italiani quando sono con noi però quando sono soli rientrano nella categoria extracomunitari e per questo hanno talvolta subito discriminazione.

Un pensiero sul viaggio del ” ritorno alle origini”.ethiopia-652966_640

Nostra figlia ha già espresso il desiderio di poter tornare in Etiopia a cercare la mamma biologica perché vorrebbe vedere se adesso sta bene. Lei è una bambina molto sensibile e vista la sua tenera età  non riesce ancora a spiegarsi come è possibile che ci siano persone al mondo così povere che non vengono aiutate.

Per quanto ci riguarda spesso diciamo ai nostri figli che quando vorranno torneremo tutti insieme in Etiopia a vedere la loro terra di origine, sicuramente c’e’ la paura che poi vorranno rimanere là, però noi vogliamo che si sentano sempre liberi di scegliere.

Secondo te quali sono i 3 luoghi comuni sull’adozione che andrebbero eliminati per una corretta cultura sull’adozione?

  • Quando al telegiornale viene data la notizia che un bambino è stato abbandonato e tante persone hanno chiamato per dare la disponibilità. Smettere di far credere alle persone che basta fare una telefonata per poter  prendere un bambino. L’adozione è un percorso difficile e lungo ma corretto, perché le coppie devono essere preparate ad accogliere un bambino.
  • Non si compra e non si sceglie un bambino. I costi che le coppie devono affrontare (per l’adozione internazionale) non significano “l’acquisto” di un bambino ma semplicemente pagare il lavoro delle persone preposte per la gestione della pratica. Allo stesso modo non essendo un’attività commerciale non ci sono cataloghi in cui puoi scegliere il bambino che ti piace di più.
  • Adottare non significa fare beneficenza ma semplicemente è un altro modo per formare una famiglia.

Ringrazio Antonella per aver raccontato la sua esperienza adottiva.

Ogni storia è diversa, ciascuna conserva nella propria memoria dei significati indelebili, che condivisi possono diventare energia nuova per coppie che si avvicinano all’adozione, per quelle che attendono e per tutte quelle che hanno realizzato il loro sogno di genitorialità adottiva.

Se vuoi condividere la tua storia di adozione, scrivimi!

Chi ha scelto il tuo nome?

Certe domande sai che prima o poi possono arrivare, eppure quando si presentano lasciano una sensazione di stordimento.

Proprio l’altro giorno, mentre con mio figlio percorrevo il cortile del palazzo dove abita la nonna, abbiamo incrociato una signora che non vedevo da tempo e che conosco di vista. Il mio piccolo uomo con la sua solare curiosità l’ha fermata e le ha chiesto:”Chi sei?”. La donna sulla sessantina lo ha guardato e ha risposto :” Tu chi sei? Come ti chiami?”. Mio figlio quindi si è presentato, come sempre, pronunciando fiero il suo nome e la signora ha rilanciato la conversazione chiedendogli:” E questo bel nome chi te lo ha dato, mamma o papà?”.
A quel punto il  mio sguardo si è  raffreddato, il mio respiro è rimasto  sospeso e incapace di continuare. Non ho saputo dire nulla, ho fatto cadere la domanda e ho posato i miei occhi su mio figlio, che nel frattempo era rimasto in silenzio. Non era da lui.

Dentro mi sono sentita colpevole per non aver saputo dire niente, ma cosa avrei potuto dire? Quella donna che conosco di vista e che non credo sappia della nostra storia adottiva, ho pensato non meritasse di sapere alcun dettaglio. Rispondendo io al posto di mio figlio, avrei dovuto argomentare una spiegazione, che io e mio marito  daremo solo a lui e quando lo riterremo opportuno.

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Sono rimasta infastidita da quella domanda, perché è un mattoncino che ancora non abbiamo posato nella storia della cicogna. Mi ha colpito leggere nello sguardo di mio figlio quella sensazione di spaesamento, come se dentro di lui si dicesse:” oh oh questa cosa non la so, chissà chi avrà scelto il mio nome”. Forse perché quel pezzetto della sua storia, che conosce, l’ha già fatta sua e quella tessera del puzzle non c’era nel mucchio. Quel suo silenzio ha fatto un gran rumore nel mio cuore.

Dopo aver salutato la signora abbiamo proseguito e siamo andati a pranzo dalla nonna, riprendendo da dove avevamo lasciato, dai saltelli di canguro e dai passi di elefante. Che passi pesanti gli ultimi!

Dopo qualche ora, a casa con papà, ho provato a riprendere l’argomento per vedere se, stimolandolo con il ricordo della signora, aveva qualche domanda da fare o qualcosa da dire. Nulla! Nemmeno si ricordava della signora, pare.

Vi siete mai trovati in situazioni come quella che ho vissuto io?

Nel frattempo, sto cercando di cucire una morale per questa storia. Credo possa trovarsi in un pensiero che ho appreso di recente, secondo il quale anche dove non c’è una risposta, l’importante è dimostrare di esserci per parlarne. Credo di averlo fatto riprendendo il discorso la sera, anche se sembrava non ricordare più nulla.
Cosa ne pensi?

Vi racconto del libro che sto scrivendo

“Il nostro primo sguardo mi ha lasciato senza fiato. Lo vedevo così piccolo e delicato e credo che lui vedesse me come una figura appena disegnata, con tratto leggero.”

Queste sono alcune delle parole che ho scelto, per raccgruppoontare il primo incontro con nostro figlio, per una nuova pagina del libro che ho iniziato a scrivere molti mesi fa e che poi ho abbandonato nel cassetto. Dopo aver pensato alle motivazioni che mi avevano spinto a cominciarlo sono sempre più convinta che sia giusto continuare, per dar voce a delle emozioni che, lette attraverso altri occhi, possono avvolgere altri cuori che le stanno vivendo, sfiorando, sentendo battere nel petto.

Scriverò della nostra storia da quando scoprimmo di non poter avere figli di pancia, a quando aprimmo le braccia all’adozione, cullando giorno dopo giorno il nostro desiderio dentro al cuore, fino all’incontro con nostro figlio.

Continuerò a scrivere su questo blog, anche se meno frequentemente,  cercando di contribuire sempre alla diffusione di una cultura adottiva cosciente e sana, senza luoghi comuni.

Amo scrivere, ancora di più quando parlo di adozione. Me la sento sempre di più sulla pelle, sotto pelle. La sento scorrere nelle vene. Fa parte di me, è dentro di me!

La prima volta che ho usato la parola adozione nella storia che racconto a mio figlio, lui mi ha chiesto cosa vuol dire. Dentro di me ho pensato: “Come lo spiego ad un bimbo così piccolo?”. Non ho avuto tempo di formulare, di pensare.

Ho risposto:” Amore, noi ci siamo adottati quando ci siamo incontrati e guardati la prima volta. Adozione è un abbraccio di famiglia forte forte”.  Avrei potuto usare altre parole?

Nella pagina del mio libro ho scritto: “Quel giorno fu l’inizio del nostro innamoramento.”

Da quel momento, la nostra vita si colora di felicità ogni giorno, ogni volta che ci guardiamo negli occhi ci sentiamo “adottati”, ogni volta che ci avvolgiamo in un abbraccio di famiglia forte forte.