La voce del cuore

Vivere un momento di forte emozione spesso lascia un senso di frastuono, di affaticamento. Le emozioni implodono nel proprio cuore, nella propria mente e a volte escono fuori timidamente bagnando il volto, con leggere lacrime che segnano il viso.

Mi è successo ieri. Ho vissuto un pomeriggio da togliere il fiato, partecipando ad un incontro organizzato dall’associazione Genitori si Diventa di Torino. “Rievocare, ricordare..ritornare con gli occhi e le voce dei figli” condotto dalla pedagogista, dottoressa Greta Bellando accompagnata da quattro donne, più o meno mie coetanee, che hanno raccontato la loro esperienza di figlie adottate.

Sono state tre ore intense, durante le quali ho pianto, riuscendo poco a trattenere la grande commozione. Tante emozioni, storie di vita personale cariche di forza e di cuore.

Ascoltando loro ho pensato a mio figlio, a quando sarà più grande e come figlio adottato avrà il suo bagaglio in spalla. Un fagotto che lo accompagnerà nella vita, carico di domande (forse) di risposte trovate (forse), di principi e valori (spero), di ricordi e sogni. Ho pensato anche a quando ci farà le prime domande e ci chiederà da dove arriva, quando ci guarderemo allo specchio e gli mostreremo di avere due mani come lui, due braccia, due gambe e due splendidi occhi dentro cui brilla la forza del nostro cuore. Cercherà somiglianze e vedrà anche delle differenze. Daremo valore ad entrambe.

Più continuavo ad ascoltare le parole di quelle giovani donne, più sentivo venir meno le forze. Emozioni travolgenti.

Tutte e quattro hanno incontrato le loro famiglie adottive da piccoline grazie all’adozione internazionale. Hanno raccontato le tappe che hanno segnato la loro vita: le prime domande, l’esperienza adottiva vissuta a scuola, l’adolescenza, l’incontro-scontro con la società, la ricerca dell’identità, il ritorno alle origini, la loro esperienza in quanto mamme. Insomma, si sono raccontate nel profondo davanti ad una platea che le ascoltava in silenzio. Commozione totale.

Ho respirato la vita. E’ stato un pomeriggio speciale.

Si è parlato della narrazione della storia adottiva. E se pur in famiglia si parla normalmente dell’adozione, il giorno in cui tuo/a figlio/a farà la sua prima domanda prima o poi arriva. L’importante è accogliere la domanda e rispondere, senza svicolare, dedicando il tempo giusto a quel momento. Io lo sto attendendo, ci vorrà ancora tempo ma credo che non si possa mai essere abbastanza pronti.

Si è parlato di scuola, dei cambiamenti che ci sono stati nel corso degli anni nella formazione del personale scolastico fino ai giorni nostri, in cui sono state definite le linee guida per l’inserimento e per il percorso scolastico dei bambini adottati. Si è scelto d’investire nella formazione di insegnanti e non solo, per accompagnare i nostri figli nella vita scolastica con attenzione e delicatezza, con intelligenza e grande spirito di accoglienza.

Si è parlato di discriminazione, di quanto il colore della pelle negli anni sia stato motivo di disagio per ignoranza (forse), per stupidità (e ancora se ne trova tanta), creando situazioni spiacevoli e inaccettabili dove sono sempre gli adulti purtroppo, ad esserne i protagonisti. Proprio coloro che dovrebbero essere un esempio per i più piccoli.

Si è parlato di adolescenza, di quel periodo turbolento in cui quel vortice di domande prende velocità e quel groviglio di pensieri e di domande toglie il fiato. Momenti dove nasce l’esigenza di trovare il “proprio posto”, di dare un volto alla propria identità, dove si fa forte quel desiderio di trovare le proprie radici. Dove tanto è adolescenza e tanto è adozione. Dove il proprio sè cerca conferme nella percezione che gli altri hanno della propria persona e a volte capita che questo strida, alimentando un tumulto di insicurezze e di folle ricerca di sè stessi.

Si è parlato del viaggio di ritorno alle origini, quel ritornare nella propria Terra, quella che “ti ha partorito”. Ciascuna delle ragazze ha raccontato la propria esperienza, con sensazioni diverse ma tutte hanno sottolineato di aver trovato pace, individuando loro stesse dentro il proprio cuore. Ciascuna porta nel proprio essere un po’ delle Terra che ha dato loro la vita e un po’ della Terra che le ha accolte e ha permesso loro di crescere nelle rispettive famiglie adottive, amate incondizionatamente e protette.

Infine, tre delle giovani donne sono diventate mamme e han raccontato la loro grande esperienza nel dare vita ai loro bambini, sentita un po’ come la chiusura di un cerchio, quello della vita.

Tutti questi temi hanno scatenato in me delle riflessioni, ad alcune di esse non riesco a dar voce per la grande emozione.

Una parola che mi è rimasta impressa è “strappo”, quello che ha vissuto la mamma di nascita nella scelta che ha fatto, affidando ad altri il proprio bambino/a. Lo stesso tradotto nell’abbandono vissuto da quel figlio/a. Uno strappo che ha segnato delle vite, quella di chi ha dato la vita, quella di chi vive quella vita e quella di chi l’ha accolta per accompagnarla negli anni, con grande ed incondizionato amore.

Mi sono rimaste appiccicate addosso delle emozioni che ancora non riesco a capire e delle domande. Mi chiedo, quanto delle storie che ho ascoltato ritrovero’ in mio figlio? Quanto sarà difficile riuscire a riempire quel “buco nero” per dargli delle risposte che possano completarlo? E tante altre.

Poi alla fine non mi importa che possa essere difficile per me, mi interessa solo che mio figlio riesca a trovare (e in questo lo aiuteremo senza riserve) lo spazio per dare la giusta dimensione alle emozioni, senza sfuggirle, accogliendole e vivendole. Noi ci saremo sempre, narrandogli la sua storia sin da subito e rispondendo alle sue domande. Poi nell’adolescenza (che forse temo di più) saremo al suo fianco, con la promessa di rispettare quello spazio senza invaderlo, entrando in punta di piedi, tendendogli la mano, proprio come facciamo oggi quando cade e lo aiutiamo a rialzarsi. Proprio come oggi quando cammina e cerca le nostre mani per sentire il contatto, per sentire la nostra presenza e sorride.

I nostri tre sguardi sono la forza, le nostre mani saranno lì per lui per sempre.

Ed ora piango..di nuovo.

“Genitori si Diventa”, punto di riferimento nel cammino adottivo

Quello era il tempo del voler sapere, del voler conoscere, era il momento in cui avevo fame di informazioni sull’adozione. In cuor mio la scelta l’avevo fatta e anche in mio marito stava maturando quel desiderio, lì dentro al cuore, ma avevamo bisogno di fare un passo in avanti.

Tra libri che raccontavano il percorso adottivo e una moltitudine di pagine internet, non avevamo trovato quello che cercavamo, o meglio non tutto. Durante una di queste ricerche trovai un’associazione che stava organizzando nella nostra zona un incontro dedicato a chi si stava avvicinando all’adozione. Si sarebbe tenuto dopo pochi giorni e noi volevamo esserci.

Così conoscemmo  l’Associazione “Genitori si diventa” e quella sera incontrammo una quindicina di altre coppie con cui condividemmo le nostre emozioni, quelle che esplodono nella pancia e che lasciano un segno indelebile.

Mi è rimasto nel cuore e conservero’ per sempre uno dei momenti di quella serata. Chiudemmo gli occhi e la volontaria che teneva l’incontro, anche lei mamma adottiva, ci disse di immaginare dentro una bolla il nostro bambino. Fu strano. Io non lo vidi, non la vidi. Sentii ridere, si’ quella risata meravigliosa che accende gli occhi e il volto dei bambini. Non era ne’ di un maschietto, ne’ di una femminuccia. Era l’esplosione di gioia di un bambino. Il mio cuore si commosse di una grande emozione, da lasciare senza fiato.

Il nostro cammino proseguì e ringrazio l’Associazione GDS di Torino perché quell’incontro fu illuminante sia per me, che avevo già chiara la scelta, sia per mio marito per il quale divenne semplicemente nitida.

Ho scelto d’introdurre il mio articolo con un pezzetto della mia storia, anche se il cuore di queste righe vuole essere dedicato all’intervista ad una delle volontarie di “Genitori si diventa”, Maria Grazia.

D. Cosa vuol dire essere volontari di Gsd?

R. La caratteristica essenziale secondo me di un volontario GSD è saper condividere la propria esperienza, oltre all’aiuto materiale che ognuno di noi può apportare.

D. Di cosa si occupa l’associazione?

R. L’associazione ha come obiettivo di supportare le coppie che si avvicinano alla genitorialità adottiva e quelle composte da chi è già genitore adottivo, e di diffondere la cultura dell’adozione nella società, con sempre al centro i bisogni del minore abbandonato. Lo fa tramite gruppi di supporto dedicati alle varie fasi del percorso, organizzati per sezioni su tutto il territorio nazionale, sono sia gruppi aperti di mutuo aiuto sia gruppi chiusi seguiti da operatori; tramite l’organizzazione di incontri a tema, e percorsi di preparazione sia per operatori scolastici e sia per chiunque senta la necessità di avvicinarsi di più alla realtà adottiva.

D.Come hai cominciato il tuo cammino in Gsd?

R. All’inizio del nostro percorso adottivo, nel pieno dell’indagine psico-sociale condotta dai servizi di zona, sentivamo il bisogno di incontrare chi stava percorrendo la nostra stessa strada, sentivamo il bisogno di condividere le nostre paure, e di approfondire determinati argomenti legati all’abbandono. Ho semplicemente cercato su internet associazioni nella zona che si occupassero di adozione, e per puro caso la stessa sera c’era l’incontro mensile del “parliamone pre” un gruppo di mutuo aiuto per coppie aspiranti genitori adottivi organizzato dalle sezione di Torino di GSD; avevamo trovato ciò di cui avevamo bisogno: condivisione, profondità, preparazione ed estrema sensibilità. 

D. Quali valori ti ha trasmesso in questi anni?

R- Il valore più grande è l’amore, la cura per i nostri bambini e l’attenzione e il rispetto  per il pesante bagaglio che si portano sulle spalle.

D. Che messaggio vuoi dare alle coppie che si stanno avvicinando al mondo dell’adozione?

R. Che essere genitori non è un diritto, ma il vero e unico diritto è quello di essere figli.

Uno dei punti essenziali del cammino è proprio quello espresso da Maria Grazia in questo pensiero. Mi  piace ricordare quando in uno degli incontri avuti all’inizio del percorso adottivo, una psicologa ci disse che quando ci si avvicina all’adozione il nostro punto di vista è incentrato su di noi, come coppia di futuri genitori, poi via via quel pensiero si sposta, matura e quel punto di vista si focalizza sul bambino.

Ogni bambino ha il diritto di avere una famiglia.

A voi lettori come riferimento lascio l’indirizzo internet  del sito dell’Associazione http://www.genitorisidiventa.org e ringrazio Maria Grazia per il suo contributo.