Adozione internazionale: Antonella racconta le sue esperienze

Antonella è mamma di cuore di due splendidi bambini etiopi e ci racconta la sua storia di adozione internazionale.

Cosa significa per la vostra famiglia la parola adozione?

Sia io che mio marito abbiamo sempre pensato ad adottare un bambino quindi dopo le prime difficoltà a percorrere strade “tradizionali” ci siamo diretti verso l’adozione. Nel nostro percorso abbiamo conosciuto molte coppie e constatato che spesso viene considerata una scelta di serie B, noi pensiamo sia un altro modo per costruire una famiglia.

1 famiglia e 2 percorsi adottivi

Quali ricordi ed emozioni delle due esperienze adottive porti nel cuore?

Innanzitutto i due percorsi sono stati diametralmente opposti in tutto. Il primo rappresentava il raggiungimento di un sogno inseguito da tempo e una vita da scoprire con le ansie e le paure di essere all’altezza, mentre nel secondo c’era più consapevolezza ma allo stesso tempo sono aumentate le preoccupazioni per la figlia che era già con noi e per il figlio che sarebbe arrivato.


adoption-1057639_640

Il primo percorso

I quasi due anni trascorsi in attesa della nostra prima figlia sono stati un’escalation di emozioni : felicità, impazienza, paura. Dal momento in cui abbiamo ricevuto la sua prima fotografia è stato come se la conoscessimo da sempre e fin da subito abbiamo pensato che non poteva essere che lei. Il nostro primo incontro è stato naturale lei era così piccola e brava che è nato tutto spontaneamente e gradualmente. Sono stati i dieci giorni più belli della nostra vita!

Il secondo percorso

Innanzitutto la decisione di intraprendere una seconda adozione è venuta spontanea visto l’esperienza precedente ed il desiderio di avere più di un figlio. I mesi trascorsi nell’attesa sono stati molto diversi perché eravamo già una famiglia quindi eravamo concentrati sul preparare la bambina al nuovo arrivo per non che subisse traumi. Dal momento in cui ci è stato comunicata l’identità del secondo figlio abbiamo iniziato a concretizzare l’idea ed è aumentata la paura per il suo stato di salute. A differenza del primo percorso non ci è stata data una fotografia e la sua scheda medica non era molto positiva, quindi l’ansia prima di incontrarlo è stata tantissima.

Il post adozione è il cammino che si apre davanti ai nostri occhi appena abbiamo la mano dei nostri figli intrecciata alla nostra.

Ci sono aneddoti che vorresti raccontare sulla “nascita” della vostra famiglia e poi sull’arrivo del ” fratellino”?

Il ricordo più vivo è quando ci siamo trovati per la prima volta in quattro nella camera d’albergo, io e mio marito ci siamo improvvisamente resi conto di quanto avevamo fatto e anche dell’incoscienza che abbiamo avuto. Si perché senza quella non avremmo fatto il secondo percorso.

Ci sono stati momenti difficili rispetto all’accoglienza, l’integrazione o l’inserimento a scuola dei tuoi figli?

I nostri figli vengono visti come italiani quando sono con noi però quando sono soli rientrano nella categoria extracomunitari e per questo hanno talvolta subito discriminazione.

Un pensiero sul viaggio del ” ritorno alle origini”.ethiopia-652966_640

Nostra figlia ha già espresso il desiderio di poter tornare in Etiopia a cercare la mamma biologica perché vorrebbe vedere se adesso sta bene. Lei è una bambina molto sensibile e vista la sua tenera età  non riesce ancora a spiegarsi come è possibile che ci siano persone al mondo così povere che non vengono aiutate.

Per quanto ci riguarda spesso diciamo ai nostri figli che quando vorranno torneremo tutti insieme in Etiopia a vedere la loro terra di origine, sicuramente c’e’ la paura che poi vorranno rimanere là, però noi vogliamo che si sentano sempre liberi di scegliere.

Secondo te quali sono i 3 luoghi comuni sull’adozione che andrebbero eliminati per una corretta cultura sull’adozione?

  • Quando al telegiornale viene data la notizia che un bambino è stato abbandonato e tante persone hanno chiamato per dare la disponibilità. Smettere di far credere alle persone che basta fare una telefonata per poter  prendere un bambino. L’adozione è un percorso difficile e lungo ma corretto, perché le coppie devono essere preparate ad accogliere un bambino.
  • Non si compra e non si sceglie un bambino. I costi che le coppie devono affrontare (per l’adozione internazionale) non significano “l’acquisto” di un bambino ma semplicemente pagare il lavoro delle persone preposte per la gestione della pratica. Allo stesso modo non essendo un’attività commerciale non ci sono cataloghi in cui puoi scegliere il bambino che ti piace di più.
  • Adottare non significa fare beneficenza ma semplicemente è un altro modo per formare una famiglia.

Ringrazio Antonella per aver raccontato la sua esperienza adottiva.

Ogni storia è diversa, ciascuna conserva nella propria memoria dei significati indelebili, che condivisi possono diventare energia nuova per coppie che si avvicinano all’adozione, per quelle che attendono e per tutte quelle che hanno realizzato il loro sogno di genitorialità adottiva.

Se vuoi condividere la tua storia di adozione, scrivimi!

Mamma adottiva, raccontaci

Ho conosciuto Elisabetta sul web e parlandole di questo blog le ho chiesto di raccontarci la sua storia di mamma adottiva. Ecco la nostra chiacchierata digitale.

Come ricordi il percorso adottivo e il viaggio che ti ha fatto incontrare i tuoi figli?

Il mio percorso adottivo è stato mediamente lungo. Abbiamo presentato domanda nel 2004 ed abbiamo concluso l’adozione nel 2009. I nostri figli, 2 fratelli maschi di 6 e 5 anni, vengono dal Brasile. Del periodo della fase pre adozione ho ricordi molto contrastanti, ricchi sia di momenti di grande speranza che di grandi angosce. Ho vissuto tutta l’indagine preadottiva come tutti credo; come un’invasione della mia privacy. Ricordo che temevo di non essere giudicata positivamente, avevo paura che potessero non darmi l’idoneità quindi è stata fonte di grande angoscia in me. Però ho lavorato con una equipe molto severa ma che mi ha anche fatto ragionare molto sui mie limiti e le mie risorse e, per quanto in quel momento l’abbia vissuta in maniera pesante, riguardandola adesso la sento come un percorso molto utile per me e mio marito come coppia e fondamentale per il futuro dei bambini che sarebbero entrati nel nostro nucleo familiare. Certo è che, se le equipe dei servizi adozioni riuscissero ad eliminare quel lato investigativo della valutazione di coppia che fa sentire inevitabilmente sotto esame, riuscirebbero a trasformare questo momento in un momento di crescita per le coppie e in questo modo avremmo raggiunto un obiettivo enorme.

Per quanto riguarda il viaggio, un turbinio apple-570965_640.jpg
di emozioni. Gioia, paura, emozione smarrimento in un tale movimento da dare la sensazione di totale instabilità.
Un momento fremevo dall’impazienza di incontrare i miei figli, dall’altra dubitavo e mi dicevo “ma cosa stai facendo, sei pazza, torna a casa” fino ad una totale assenza di sensazioni, come un gelo, che mi è sceso poco prima dell’incontro e che, devo ammettere, è durato un bel po’ di tempo. Spesso la
sera, quando finalmente eravamo riusciti a metterli a dormire, (i bambini brasiliani sono molto vivaci e festaioli per cui andare a dormire non è una cosa che piace) mi fermavo sulla porta a guardarli e, a seconda del momento, potevo sciogliermi per l’impeto d’amore che provavo nei loro confronti oppure sentirmi terrorizzata di fronte ad una situazione che sentivo travolgermi. Ho scoperto poi che tutto questo è normale ma viverlo nel momento non è stato facile.

Cosa significa diventare mamma di due bambini già grandicelli?

Grandicelli….sai, non ho mai reputato i miei figli grandicelli anzi,
mi sembravano piccolissimi. Sentivo di abbinamenti con bambini di 8-9 anni, ero preparata mentalmente a quella fascia di età quindi quando mi sono arrivati questi due piccoli uragani mi sono sembrati piccolissimi.  Oltretutto credo che, benché anagraficamente avessero 5 e 6 anni, dal punto di vista emotivo erano proprio piccolini.  Tuttora sono consapevole che quei 2 due anni passati in istituto siano stati 2 anni di “non crescita” emotiva per loro.

Una riflessione sull’adolescenza: quanto secondo te i momenti più critici sono legati “all’adolescenza” e quanto invece sono causati ” dall’adolescenza con vissuto adottivo”.

Adolescenza….aiuto! io ci sono in pieno visto che i miei figli hanno uno 14 e uno 13 anni. Sicuramente questa è una generazioni di adolescenti decisamente faticosa. Più svegli, più in movimento, più avanti ma anche più aggressivi e rabbiosi. Inoltre c’è una generalizzata carenza di rispetto verso le regole e le persone. A mio avviso sicuramente c’è uno “specifico adottivo” nell’adolescenza. In un periodo della vita dove inizi a costruire il sé, il fatto di avere alle spalle una nebulosa sulle proprie origini al posto di una certezza sicuramente rende tutto più faticoso. Un conto è costruire un palazzo su fondamenta sicure e profonde altro invece costruirlo su una piattaforma con pochi punti di riferimento. Poi però ci sono le storie ed i caratteri individuali che incidono moltissimo sugli individui. Vero è che i nostri ragazzi sono anche dotati di grande resili
enza e credo che questo li aiuti molto. In fondo loro sono già dei “sopravvissuti” e molti di loro sopravvivranno anche all’adolescenza! Mi chiedo però se sopravvivremo noi genitori. Spesso l’impatto con l’adolescenza è più destabilizzante per noi che per loro. Inoltre non tutto è riportabile al fatto che siano stati adottati, alcune tappe sono comuni a tutti gli adolescenti.  Certo che quando le risposte a situazioni sono particolarmente forti, mi viene da pensare a figli che diventano verbalmente o fisicamente aggressivi verso i genitori, è necessario intervenire e chiedere aiuto senza avere paura. Anzi, come ho già detto, io sarei per un sostegno post adottivo continuato dal momento dell’arrivo e protratto per lunghissimo tempo. Sostegno ai ragazzi ma soprattutto sostegno ai genitori. Comunque l’adolescenza è un periodo faticoso per tutte le parti coinvolte ma anche un periodo magico dove vedi il bruco che diventa farfalla e tu sai che hai contribuito a questa metamorfosi nel miglior modo possibile. Poi il risultato è un terno al lotto….come diceva un famoso titolo di un carinissimo  libro: “io speriamo che me la cavo”.

Un pensiero sul viaggio del ” ritorno alle origini” se i tuoi figli già ne parlano o
comunque se ci hai mai pensato.

È una tappa fondamentale del percorso adottivo, una cosa che, quando possibile, è necessario fare. Certo che questo va fatto nel rispetto dei tempi di entrambe le parti, figli e genitori. Deve nascere da un desiderio dei figli e noroad-163518_640n da una posizione mentale dei genitori; non ci devono essere forzature di nessun genere. Rispetto sia per chi desidera farlo ma anche per chi non ha nessun interesse a intraprenderlo. Nella mia famiglia se ne parla da sempre. Sia noi che i nostri figli desideriamo tornare in Brasile perché abbiamo tutti e quattro questa terra e questa gente meravigliosa nel cuore ed anche perché i miei figli hanno due fratelli che sono rimasti in Brasile e che desiderano incontrare nuovamente, ma dei quali attualmente non abbiamo più informazioni. Appena avremo notizie o loro avranno un’età adeguata sicuramente andremo o andranno, dipende da loro più che da noi. Loro comunque sanno che, se vorranno, noi saremo felici di accompagnarli. Credo comunque che sia necessario aspettare che abbiano la maturità per capire ed accettare ciò che troveranno e vivranno tornando nel loro paese. Sicuramente sarà per loro un’esperienza molto forte nel bene e nel male.

 

Pensando al cammino post adozione e ai primi mesi in Italia ci sono consigli che daresti ad altre famiglie adottive che sono in attesa di un abbinamento o che sono appena rientrate in Italia con loro figlio (o figli)?

Post adozione…ecco questo è un capitolo su cui credo, in Italia ma anche all’estero, si debba lavorare molto. Credo comunque che il consiglio che mi sento di dare sia alle famiglie in attesa che alle neo famiglie sia di non isolarsi. Cercate l’associazione genitori più vicina a voi e fate questo cammino insieme ad altre coppie o famiglie che vivono il vostro stesso percorso. L’associazionismo aiuta in tutti i sensi. Aiuta capire che le tue emozioni e le tue paure sono comuni a tutti quelli che iniziano e percorrono questa strada; è fondamentale avere punti di riferimenti per i dubbi che inevitabilmente sorgono durante l’attesa e soprattutto quando i bambini sono arrivati. Risolvere perplessità di tipo meramente pratico, che so…i documenti da fornire, gli uffici dove andare a fare un’autorizzazione, se pensare alla scuola oppure no, come muoversi nei meandri della burocrazia sembra una preoccupazione da poco ed invece non lo è. Ecco, un’associazione di genitori che ci siano già passati, che ti prende per mano e ti accompagna, può far vivere più serenamente momenti che da soli possono diventare invece pesantissimi.  Un altro consiglio che mi sento di dare è di non allontanarsi neanche dai servizi adozione, non temere a chiedere aiuto se si pensa di non farcela. Ricordare che esiste la possibilità della depressione post adozione, che è bene cercare di riconoscerla in fretta e di porvi rimedio con altrettanta rapidità. Per quanto riguarda i bambini, se tornassi indietro senz’altro li terrei a casa a fare famiglia più a lungo di quello che ho potuto fare e farei fare loro psicomotricità.

Alla luce dei lavori in corso sulle leggi che regolano l’adozione, ci sono aspetti pratici o burocratici dell’adozione internazionale che secondo te dovrebbero migliorare? 

Sappiamo tutti che il percorso legislativo delle adozioni sta subendo grandi cambiamenti, o almeno si spera che finalmente prendano in esame la necessità di cambiare la legge. Per quanto mi riguarda sono convinta che, sebbene inizialmente il cambio di procedura per l’adozione quando vennero istituiti gli enti autorizzati fosse stata una cosa estremamente positiva, adesso sia arrivata l’ora di rendere l’adozione più facile e soprattutto più trasparente. Troppe disomogeneità di percorso, spese inaffrontabili e tempi biblici….è evidente che qualcosa non funziona più. A me non piace per niente l’intromissione del privato in un settore così importante come quello che riguarda i minori che dovrebbe essere seguito a livello pubblico proprio per permettere quella trasparenza necessaria in un percorso delicato come questo. Opterei più per enti regionali come quello del Piemonte e del Lazio, che mi sembra sia finalmente attivo sul territorio, con un controllo di tipo centrale piuttosto che la presenza di interessi privati su un qualcosa che facilmente scivola sull’ “economicamente redditizio” per qualcuno. Trovo che lucrare sui bambini sia abominevole e si sa bene che questo succede più di quanto si pensi.

Ringrazio Elisabetta per la sua generosità nel raccontare la sua esperienza e, per gli spunti di riflessione e le opinioni che ha condiviso con noi.

 

 

“Ci siamo adottati”

Vi propongo il mio articolo “Ci siamo adottati” pubblicato sulla rivista Giovani Genitori.

“Ci siamo adottati”

foto pubblicata su Giovani Genitori

4 storie di adozione, 4 coppie di genitori

Adottare è accogliersi, l’uno nel cuore dell’altro. Anche i genitori adottivi “nascono” e la loro famiglia è un desiderio portato nel cuore e nutrito per mesi, a volte anni. I ricordi dell’attesa sono tanto forti quanto quelli della gravidanza, forse persino di più, perché la “gravidanza del cuore” non è sempre definita, sicura e tranquilla. Quattro famiglie ci raccontano la loro storia di adozione, dal primo incontro all’arrivo in casa, con tutti i momenti vissuti come un dono speciale.

Marina, Vittorio e Virginia
L’adozione è un desiderio dentro al cuore. Argaw è stato accolto da una mamma, Marina, un papà, Vittorio e dalla sorellina Virginia. “Dopo aver dato alla luce la piccola Virginia, trascorsi alcuni anni, sentivamo il desiderio di un secondo figlio. La ricerca naturale non ha esaudito il nostro sogno – racconta Marina –. Nel tempo abbiamo maturato la scelta di adottare. Il primo a pensarci è stato Vittorio, poi io, che fino a quel momento non ci avevo mai pensato”.Marina e Vittorio hanno scelto l’adozione internazionale, un percorso che li ha portati a rivolgersi ai vari enti impegnati in diversi paesi del mondo. “Avevamo circa quarant’anni e la nostra Virginia ne aveva 8. Dapprima ci siamo indirizzati alla Colombia, poi ci fu un incontro e tutto cambiò. Abbiamo conosciuto una coppia che ci ha parlato del Centro Aiuti per l’Etiopia, un ente che si occupa di adozioni e realizza progetti in loco per la popolazione. Poco tempo dopo abbiamo partecipato a un ritrovo nazionale e lì abbiamo respirato un’aria familiare, di grande condivisione e forte spirito di gruppo”.

Marina si emoziona ancora parlando della scelta. Le brillano gli occhi quando inizia a raccontare la telefonata che le annunciava la grande notizia. “Dopo un anno e mezzo ha squillato il telefono. Il presidente, che si occupa personalmente del Centro di accoglienza in Etiopia, ci ha detto che il piccolo Argaw di soli 10 mesi ci stava aspettando. Virginia saltellava dalla gioia al pensiero di un fratellino così piccolo, mentre io ero lì ferma, impietrita. Né io, né Vittorio potevamo immaginare di diventare nuovamente genitori di un bambino così piccolo. Pur avendo già cresciuto una figlia, mi sono sentita inadeguata”. Dopo tre mesi Virginia, mamma e papà sono andati in Etiopia per conoscere il fratellino. Sarebbero stati insieme solo tre giorni: la burocrazia etiope prevede due viaggi per la famiglia adottiva, il primo per l’incontro e la sentenza in Tribunale, il secondo per ritrovarsi e ripartire tutti insieme. Marina sapeva che non sarebbe stato facile lasciare il bambino in Etiopia per altri mesi e immaginava la sofferenza che avrebbe patito anche la piccola Virginia.“Non è stato semplice, ma molto razionalmente abbiamo trascorso quel poco tempo con Argaw cercando di non affezionarci troppo. Ricordo che il viaggio di ritorno in Italia è stato difficile perché Virginia piangeva per la separazione dal fratello”. Dopo alcuni mesi sono tornati in Etiopia. “Virginia non vedeva l’ora di prendere in braccio suo fratello, è corsa da lui e me lo ha portato in lacrime. L’ho preso in braccio e ci siamo guardati negli occhi. Ho detto ad Argaw che da quel momento sarei stata la sua mamma per sempre. Il giorno dopo Argaw ha pronunciato la sua prima parola, mamma”. Tra le coccole di Virginia e le dolci cure di mamma e papà, Argaw è arrivato in Italia. Oggi ha 4 anni e va all’asilo. Negli occhi porta la luce dell’Africa.

Antonella ed Enzo
Due paesi diversi hanno trasformato il sogno di una famiglia in realtà. Ecco la storia di Milan e Kim. “Per noi l’adozione significa aver dato vita al sogno di avere una famiglia. Il progetto iniziale mio e di Enzo era quello di avere dei figli. Non sono arrivati e abbiamo scelto un’altra strada. Antonella ed Enzo hanno scelto l’adozione internazionale in due paesi diversi: la Slovacchia e la Cambogia. “Le nostre esperienze sono diverse e simili per tanti aspetti. Con Milan siamo diventati genitori per la prima volta e anche lui non aveva mai respirato il profumo di una famiglia perché era stato abbandonato alla nascita. Ha vissuto 4 anni e mezzo in un istituto, fino al giorno del nostro incontro. Ci è venuto incontro fiducioso e con il sorriso in volto. Abbiamo provato tanta emozione e un gran senso di responsabilità”.

Kim, la seconda figlia, è nata in Cambogia ed è stata accudita per diverso tempo dalla sua famiglia di nascita, fino a quando ha potuto. Poi, l’adozione. “Mi sono sentita mamma di Kim appena l’ho vista. Il nostro primo incontro è stato di abbracci e baci. Lei era confusa perché si è ritrovata in una famiglia diversa. Si è attaccata a me sin da subito, ma era spaventata dalle figure maschili, rifiutava Enzo e Milan. Sapevamo che sarebbe potuto accadere, ma viverlo è destabilizzante. Capivo il ‘bisogno di mamma’ che aveva mia figlia, ma ero dispiaciuta per mio marito e mio figlio”. Milan e Kim, oggi adolescenti, hanno espresso nel tempo il desiderio di rivedere il loro paese di nascita. “Siamo stati con Milan in Slovacchia perché la sua terra aveva per lui un’immagine poco definita. Ha voluto visitare l’ospedale dove è stato lasciato alla nascita, poi l’istituto e ha voluto incontrare la giudice che ha emesso la sentenza adottiva. Con questo viaggio si è appropriato della sua identità. Kim sta manifestando il desiderio di tornare in Cambogia, ma allo stesso tempo non vuole perché dice di aver paura dell’aereo. Un timore che ha la forma di uno scudo, ancora non si sente pronta”.

Daniela e Marco
Due sorelline adottate insieme. “Marco e io pensiamo che l’adozione sia il dono più grande che abbiamo ricevuto, perché abbiamo avuto la possibilità di diventare davvero una famiglia, di essere genitori. Le nostre figlie sono nate da un’altra parte, ma nel profondo ci aspettavano come noi aspettavamo loro. Da quando abbiamo saputo che eravamo diventati genitori delle nostre figlie, di 3 e 5 anni, nulla è stato più come prima, ci sono entrate nella mente e nel cuore”. Il primo incontro è sempre colmo di emozioni e sensazioni: gioia, incertezza, scoperta, stupore, ansia, dubbi, speranza. “Abbiamo incontrato le nostre figlie ma non le conoscevamo. Siamo stati tanto tempo insieme tutti e quattro, avvicinandoci affettivamente, scoprendo le caratteristiche di ciascuno e provando noi genitori a intraprendere il cammino dell’educazione. In questo ci ha aiutato giocare insieme, passeggiare all’aperto, condividere i momenti della quotidianità: i pasti, il bagnetto, le coccole e molto altro. Piano piano stavamo costruendo un legame per la vita”. Daniela e Marco oggi sono genitori di due ragazze di 12 e 14 anni. Due sorelle caratterialmente diverse: la più grande di carattere espansivo, sensibile e socievole, alle prese con un ritardo cognitivo importante. La piccola più riservata, amante di libri avventurosi e fantastici, che ha bisogno dei suoi tempi per esprimersi in contesti nuovi. “Il cammino continua con fiducia e speranza. Aiutiamo le nostre ragazze a tirar fuori i loro talenti, perché possano essere felici e raggiungere il loro equilibrio. Affrontiamo le tappe della crescita, ma non vogliamo nascondere le difficoltà e le sofferenze”.

Manuela e Fabio
Sin dall’inizio hanno pensato all’adozione come a una scelta. Sono diventati famiglia attraverso due esperienze completamente diverse: la prima un’adozione nazionale, la seconda una internazionale. “La prima aveva 4 mesi, il secondo 18. Con la prima è stato tutto semplice, per il secondo tutto più complicato. Con la prima io mi sono sentita subito mamma, ma non è successo altrettanto a lei. Per il secondo c’è voluto più tempo, ma forse lui mi ha sentito sua mamma più velocemente. Per la prima eravamo vicini a casa, per il secondo siamo andati dall’altra parte del mondo. Simile, tra le nostre due esperienze, c’è solo che ora sono semplicemente i nostri figli”. Nel cammino adottivo di Fabio e Manuela ci sono ricordi di periodi dolci e altri a tratti un po’ amari. Aspettando la prima figlia hanno vissuto momenti di paura, durante i quali pensavano che non sarebbero mai diventati genitori. Diversa è stata l’attesa del secondo bambino, quando in famiglia erano già in tre. “Ogni tanto è stato difficile spiegare a nostra figlia la lunga attesa. È trascorso molto tempo, quasi cinque anni”. Nel periodo dell’attesa ci si prepara, ma non si è mai davvero pronti al grande giorno. “Per me e Fabio è stato più difficile. Nostro figlio aveva 18 mesi, un carattere già formato, abitudini completamente diverse dalle nostre: un conto è saperlo, un conto è viverlo. La bimba invece ha vissuto l’arrivo in modo diverso, per lei era arrivato suo fratello e finalmente avrebbero potuto giocare insieme”.

In ambito di adozione si parla spesso del viaggio di “ritorno alle origini”. Un bambino adottato deve, necessariamente, confrontarsi con la propria storia e attribuire un significato all’abbandono attraverso un processo di comprensione, rielaborazione e accettazione del proprio vissuto. Ai genitori spetta il compito di accompagnare i propri figli in questo cammino, stando al loro fianco, sostenendoli e mettendo a disposizione la loro esperienza. “Per il nostro secondo figlio potrebbe trattarsi di un viaggio in Corea, ma per la prima, il ritorno alle origini sarà più difficile. Non sappiamo quale sia il suo paese d’origine. Per lei tornare alle origini significa tornare a trovare la famiglia affidataria dove è stata accolta. Ogni tanto lo chiede e li andiamo a trovare, perché è importante il luogo in cui la sua storia è iniziata”.