Adozione e nutrizione

Scambiare esperienze e riflessioni con professionisti esperti di bisogni dei bambini è arricchente. Lo è soprattutto quando diventa un’opportunità per parlare di adozione, portando l’attenzione su alcune situazioni che le famiglie adottive possono incontrare nel loro cammino. Saperne di più è utile e può rassicurare.

Ricordo che quando abbiamo iniziato ad approfondire alcune delle tematiche legate all’adozione internazionale, abbiamo considerato la nutrizione solo come risorsa per unire due culture, per avvicinarsi e conoscersi. Avevamo sottovalutato il punto di vista medico e quello psicologico. Ora, a distanza di tempo ho voluto affrontare il tema alimentazione con la dr.sa Giulia Garaffo, nutrizionista torinese del Centro Libenter, alla quale ho rivolto alcune domande per capire meglio.

Nell’adozione internazionale e non solo, le famiglie di origine o le realtà estere da dove provengono i bambini hanno abitudini nutrizionali che posso essere diverse: cosa può fare la famiglia adottiva per affrontarle nel modo giusto, sia dal punto di vita pratico che psicologico? 

Il concetto di abitudine nutrizionale può apparire a prima vista di semplice interpretazione: la maggior parte di noi può riconoscere nel proprio stile di vita degli orari, un numero dei pasti che viene consumato nella giornata e determinate classi di alimenti che si inseriscono o si eliminano dalla nostra dieta. Se espandiamo questa riflessione alla relazione che la cultura alimentare ha con un territorio, con un’area climatica o con una determinata popolazione in un ottica ecologica, il concetto di abitudine assume tutta un’altra connotazione che è quella di uno stile alimentare che influenza in maniera profonda la risposta che l’organismo ha verso il cibo.

La nutrigenomica è quella branca delle scienze dell’alimentazione che si occupa di studiare come il cibo e l’alimentazione influenzano il nostro genoma e l’espressione dei nostri geni.

In quest’ottica, quando una famiglia adottiva incontra uno stile nutrizionale nuovo, è molto importante che né da un lato né dall’altro ci siano stravolgimenti rapidi delle abitudini alimentari.

3 fattori da non trascurare

  • Pratico: essere il più preparati, laddove possibile, su quelle che sono le abitudini nutrizionali del bambino può rendere meno faticosa l’integrazione con quelle della famiglia adottiva. Cercare ciò che di simile c’è già nella nostra quotidianità alimentare, considerando sia la quantità dei cibi che il tipo.
  • Psicologico: non bisogna forzare il cambiamento, ma lasciare al bimbo la possibilità di scegliere autonomamente cosa di nuovo introdurre nella propria alimentazione. Osservare ed esperire all’interno della nuova famiglia un rapporto sereno con il cibo è sicuramente utile affinché questa transizione verso un diverso stile nutrizionale sia spontanea e naturale e non abbia conseguenze negative più a lungo termine.
  • Fisiologico in senso stretto: proprio perché il cibo è in grado di influenzare il modo di funzionare del nostro corpo, è importante che eventuali cambiamenti non siano repentini, per non provocare risposte metaboliche, immunitarie, etc. che possono avere effetti negativi per la salute.

Nel caso di bambini con vissuto di malnutrizione, come va affrontato il processo di recupero e quali sono i rischi che si corrono in questa fase delicata?

La malnutrizione nei bambini adottati deve essere tenuta in grande considerazione sia nell’immediato che nel lungo periodo. Esistono dei protocolli di screening e di “profilassi” nutrizionale che sono utilizzati per valutare eventuali carenze nutrizionali importanti  che possono compromettere la salute del bambino che ha sofferto di malnutrizioni importanti.

Discorso più complesso invece è quello che riguarda la prevenzione di ricadute sulla salute più a lungo periodo. La naturale tendenza del genitore adottivo è quella di rimediare al più presto alle carenze e ai bisogni del bambino, ma è importante considerare che un recupero troppo repentino del peso e un accrescimento corporeo troppo rapido possono predisporre ad alterazioni ormonali e metaboliche che potrebbero condurre a sovrappeso o a pubertà precoce.

2 consigli per fare bene

  1. Guardare alla “qualità” ossia a recuperare tempestivamente le carenza nutrizionali importanti di vitamine e micronutrienti essenziali, per il corretto sviluppo del bambino che deve crescere sia dal punto di vista corporeo che cerebrale che immunitario, etc..
  2. Recupero graduale e costante nel tempo per quanto riguarda l’aspetto meramente calorico e ponderale.

Nella situazione di un bambino malnutrito che rifiuta il cibo, quali sono le strategie che si possono attivare per aiutarlo a non ricadere in quella “sensazione di fame” già vissuta, oltre che per aiutarlo nel recupero?

L’altro aspetto molto delicato da considerare è che spesso i bambini che hanno sofferto la fame hanno un desiderio smodato per il cibo e molte volte non sanno gestire la fame, che vivono come un impulso incontrollabile diventando talvolta voraci e possessivi nei confronti del cibo. Come detto in precedenza, nel momento in cui il bimbo ha a disposizione grandi (per lui) quantità di cibo, il rischio è quello di “correre troppo”; bisogna pensare che il suo corpo si è adattato a vivere e sopravvivere con poco o nulla e nel momento in cui si trova ad avere a disposizione grandi quantità di nutrienti l’istinto metabolico è quello di fare scorta per prevenire eventuali nuovi momenti di carestia. Al contrario non è pensabile, pur con l’intento di preservare la sua salute, riproporre al bambino l’esperienza di vedersi negato il cibo, perché questo potrebbe fargli rivivere, seppur in modo diverso, l’esperienza della fame.

1 suggerimento

Lavorare sul corpo: dopo aver spiegato al bambino che il cibo sarà sempre a disposizione, allenarlo a riconoscere la sua sensazione di fame attuale, non come ricordo ma come sensazione fisica, anche attraverso il gioco, aiutandolo a definirne l’arrivo, la manifestazione nel corpo (la salivazione, i crampi allo stomaco, etc..) l’entità (distinguere tra poca, media, tanta..) e educandolo anche al concetto di sazietà come sensazione di pienezza fisica. Inoltre, può essere d’aiuto nel dare la possibilità di sviluppare nel bambino un rapporto sereno riguardo al cibo, slegare il cibo da altre connotazioni affettive o di ricompensa, ma cercando di richiamare il più possibile il contatto col corpo.

A chi ci si può affidare per un supporto sia pratico che psicologico ?

Le figure di riferimento in questo caso possono essere molteplici: dal punto di vista alimentare, il nutrizionista può, con le sue competenze, aiutare la famiglia consigliando loro una dieta. Inoltre, può monitorare le esigenze della famiglia nel suo complesso con una consulenza che tenga in considerazione la tutela della salute del bambino e di relazione /integrazione tra stili nutrizionali diversi, offrendo degli spunti anche pratici e organizzativi per rendere più facile il momento del pasto.

Per quello che riguarda la relazione col cibo e eventuali dinamiche che si possono innescare intorno ad esso è possibile affidarsi all’aiuto di uno psicologo, che insegni a riconoscere eventuali segnali che il bimbo ci manda aiutandoci nella gestione del momento del pasto.

Altre figure di riferimento importanti sono il medico di famiglia e il pediatra che hanno la possibilità di seguire nel tempo il bambino e la famiglia stessa, giocando in rete con nutrizionista e psicologo per una tutela della salute a 360 gradi.

Grazie dr.sa Giulia Garaffo!

Invito le famiglie in attesa e a quelle che hanno già incontrato i propri figli a condividere eventuali domande ed esperienze per approfondire l’argomento tutti insieme.

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