Viaggio nel cuore dell’adozione. Fabio Selini racconta il suo ultimo libro “Io non so ballare il samba”

Quando scelgo un libro da leggere deve scattare il colpo di fulmine. Leggo il titolo e il breve riassunto sul retro, guardo la copertina, le immagini e poi torno al titolo. “Sì, voglio leggerlo!” è spesso un impulso che viene dal cuore. E’ successo così con “Io non so ballare il samba” di Fabio Selini, un bella storia di adozione che ho divorato e che vi voglio raccontare.

Il libro narra sotto forma di diario, il viaggio che Paolo, Giulia e loro figlia, Larissa, hanno fatto in Brasile per conoscere Andrè. Quarantuno giorni di vita pieni di emozione. L’incontro con il figlio adottivo porta con sé il batticuore, la gioia, la difficoltà, la naturalezza che giorno dopo giorno conquista la quotidianità famigliare.

Fabio, papà adottivo e autore del libro, si racconta.

“In quei giorni in Brasile, ogni sera scrivevo alcune pagine del mio diario. Raccogliere le idee e le emozioni era come una coccola per me, per riappropriarmi di me stesso, dopo una giornata intensa e interamente dedicata alla nostra famiglia” mi ha confidato Fabio.

Il libro è dedicato ad Andrè (Otavio nella realtà), il figlio conosciuto in Brasile, che piano piano ha imparato a fidarsi e a lasciarsi conquistare dall’affetto della sua nuova famiglia. Papà Paolo ( Fabio Selini), mamma Giulia ( Gessica) e sua sorella Larissa ( Daria) lo hanno accolto tra le braccia, piccolo e in lacrime, poi tutti e quattro insieme giorno dopo giorno hanno imparato a conoscersi, lentamente. Un amore che cresce gradualmente, che avvolge, che riempie il cuore per sempre.

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Fabio racconta: “Il piccolo Otavio era molto confuso. Aveva 5 anni e mezzo e il suo stato d’animo era quello di un bambino che era stato scaraventato tra persone sconosciute, in una realtà completamente diversa. Non conosceva il significato di famiglia. Aveva la tata, aveva un letto diverso, viveva in un ambiente diverso. Doveva abituarsi e ha avuto bisogno di tempo. Il nostro primo incontro è stato più razionale, rispetto a quello con Daria, la nostra prima figlia adottiva. Lui aveva un passato diverso e un’età diversa, quindi una percezione molto più chiara di quello che accadeva”.

Il Brasile in quei giorni era, sì, la terra natia del piccolo Otavio, ma anche una realtà diversa da quella a cui erano abituati, che faticosamente vivevano, sapendo di non poter partire quando volevano. Tornare finalmente a casa per creare il loro nido, nuovo per tutti e quattro era il desiderio più grande. Hanno atteso 41 giorni per poter partire, hanno vissuto con ansia l’esito degli incontri con gli assistenti sociali e il decreto finale del giudice brasiliano. Poi, dopo diverse peripezie, ritirarono l’ultimo documento e pronti a partire, Otavio gridò: “Italia, Italia!”

“E’ stato un periodo denso di avventure e di momenti difficili con nostro figlio. Nonostante tutto sapevamo che sarebbe andata bene. Fosse stata la prima esperienza, la preoccupazione di quei giorni sarebbe stata disperazione. Abbiamo superato le difficoltà con amore, ragionevolezza e con il dialogo tra noi e con i nostri figli. – aggiunge Fabio – E’ fondamentale che la coppia si parli, si confronti e si confidi le debolezze e i pensieri meno luminosi. Poi, Daria è stata una grande risorsa per tutti noi. Ha accolto suo fratello con un cuore grande”.

Uno degli elementi che mi ha colpito in questo libro è stata la dedica iniziale.

A Otavio e Daria, i miei figli. A Michail e Vova, i miei figli perduti. A Gessica.

Ho chiesto a Fabio se voleva parlarmi dei figli perduti, perché proprio nei giorni scorsi avevo letto la sua intervista al magazine Vita, dove raccontava della triste storia che ha coinvolto la sua famiglia. Il caso delle adozioni in Kirghizistan.

E’ una storia che ci ha segnato la vita. Non è finita, ci sarà un processo. A quei bambini abbiamo fatto delle promesse e non abbiamo nemmeno potuto chiedergli scusa. Non sappiamo più nulla di loro”. Per migliorare l’istituto delle adozioni, bisogna parlare anche di ciò che va male, delle storie che hanno avuto un dolce inizio, come quello con Vova, con cui Fabio, Gessica e Daria hanno trascorso due settimane. Un tempo per cominciare ad amarlo, di un amore senza fine. Poi, purtroppo, lo scandalo in Kirghizistan li ha colpiti duramente. Da lì, un grande dolore.

Nonostante tutto, Fabio continua a credere nella meraviglia del diventare genitori con l’adozione.

Il loro cammino li ha portati in Brasile a conoscere Otavio, che oggi ha sette anni e ha un legame sempre più forte con la sua famiglia. “La sua energia è un ingrediente fondamentale da sempre!”.

Quando ho scelto di leggere questo libro, il samba è stata la parola che più di tutte le altre mi ha attirato. Ho pensato alla musica, al ritmo e alla vivacità. Avevo ragione! Le pagine del libro si susseguono, raccontando ogni emozione rendendola viva, unica. Ogni momento è scandito e colorato con grande sincerità, rendendo il tutto così reale da far battere il cuore. Fabio ha una scrittura potente, che colpisce, che ti fa venir voglia di leggere ancora.

 “Con mia figlia Daria vorremmo scrivere un libro-intervista dei nostri primi 10 anni insieme. Sarebbe bello parlare di adozione secondo suo punto di vista. – spiega Fabio – Adesso ha 14 anni e sta vivendo la sua estate di divertimenti, poi in futuro, se sarà convinta e decisa, inizieremo a pensarci”.

“Io non so ballare il samba” è un libro che ti consiglio, che parla di adozione internazionale e delle grandi emozioni che prendono vita. L’incontro, i primi giorni insieme, i momenti più radiosi e quelli più cupi, la complicità che prende forma. E, la famiglia adottiva che nasce, adagio, a piccoli passi.

 

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3 pensieri su “Viaggio nel cuore dell’adozione. Fabio Selini racconta il suo ultimo libro “Io non so ballare il samba”

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