Continua l’attesa sul diritto alle origini

Ancora per quanto tempo rimarrà ferma al Senato la modifica di legge sul diritto alle origini dei figli non riconosciuti alla nascita?

In tema di “Accesso del figlio alle informazioni sulle proprie origini” la Camera dei Deputati  ha comunicato:

“L’Assemblea della Camera ha approvato, giovedì 18 giugno 2015, un testo unificato di alcune proposte di legge, finalizzato ad ampliare la possibilità del figlio adottato o non riconosciuto alla nascita di conoscere le proprie origini biologiche. In particolare, anche per dare seguito a una sentenza con cui la Corte costituzionale ha dichiarato l’incostituzionalità della disciplina vigente, è prevista la possibilità di chiedere alla madre se intenda revocare la volontà di anonimato, manifestata alla nascita del figlio. Il progetto passa ora al Senato.”

Sono trascorsi ormai 7 mesi e ancora attende lo scioglimento di questo nodo.

Si tratta di una fase storica che se si concluderà positivamente, con l’approvazione
definitiva della nuova legge, consentirà ai figli adottivi divenuti maggiorenni di poter esercitare il diritto di conoscere le proprie origini biologiche.

Ecco alcuni punti della modifica proposta e già votata dalla Camera dei Deputati con 307 voti a favore, 22 sfavorevoli e 37 astenuti.

  • accesso all’identità biologica: il figlio non riconosciuto alla nascita, al compimento dei 18 anni, potrà richiedere al Tribunale dei Minori di accedere alle informazioni circa l’identità della madre biologica;
  • diritto all’interpello: a seguito di istanza del figlio adottivo al Tribunale dei Minori, questo procederà con una ed una soltanto richiesta d’interpello, a seguito del quale l’organo di competenza contatterà la madre biologica per chiedere se vuole revocare l’anonimato. In caso di conferma della madre di rimanere anonima il Tribunale potrà autorizzare l’accesso alle sole informazioni sanitarie;
  • il parto anonimo: la partoriente che sceglierà l’anonimato dovrà essere informata sulla possibilità di revocare tale scelta in qualsiasi momento, come anche della possibilità di confermare la sua decisione dopo 18 anni dal parto o in caso d’interpello;
  • regime transitorio: per parti anonimi precedenti all’entrata in vigore della legge, la madre biologica può confermare al Tribunale la sua scelta, annullando così la possibilità d’interpello, salvo per l’accesso alle informazioni sanitarie.

Si evince così che il vincolo dei 100 anni , ad oggi in vigore,  verrebbe meno in caso di revoca dell’anonimato, di decesso della madre biologica o se il Tribunale dovesse autorizzare l’accesso alle informazioni sanitarie.

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Per comprendere meglio alcuni dei passaggi legislativi riguardanti questo aspetto dell’adozione, ho chiesto un contributo al giurista, dottor Giuliano Magri del quale vi riporto l’analisi.

Per maggiore chiarezza facciamo la distinzione tra i bambini dichiarati adottabili che sono “riconosciuti” e  quelli “non riconosciuti”. I primi al momento del parto vengono riconosciuti da uno o da entrambi i genitori e solo successivamente dichiarati adottabili per situazioni che vengono a presentarsi, tali per cui il Tribunale mette in atto tale disposizione ( dopo aver fatto tutto il possibile per mantenere il legame con la famiglia d’origine). I secondi, invece, al momento della nascita non vengono riconosciuti dai genitori biologici e di conseguenza vengono dichiarati adottabili. Su questa distinzione si fonda la possibilità degli adottati di ricercare informazioni sulle proprie origini.

La legge 184 del 1983, successivamente modificata nel 2001, all’articolo 28, comma V recita:

“L’adottato, raggiunta l’età di venticinque anni, può accedere a informazioni che riguardano la sua origine e l’identità dei propri genitori biologici. Può farlo anche raggiunta la maggiore età, se sussistono gravi e comprovati motivi attinenti alla sua salute psico-fisica. L’istanza deve essere presentata al tribunale per i minorenni del luogo di residenza”.

Il medesimo articolo al comma VII specifica: “L’accesso alle informazioni non è consentito nei confronti della madre che abbia dichiarato alla nascita di non volere essere nominata.”

Occorre però considerare  che per le donne, che scelgono di essere assistite durante il parto da personale sanitario, esiste un certificato di assistenza al parto o una cartella clinica che contengono i loro dati personali essenziali. Quindi sembrerebbe semplice rintracciare la loro identità ma il decreto legislativo 196 del 2003, più noto come “codice sulla privacy” interviene su questo aspetto. Nel dettaglio, l’articolo 93 al comma II recita:

Il certificato di assistenza al parto o la cartella clinica, ove comprensivi dei dati personali che rendono identificabile la madre che abbia dichiarato di non voler essere nominata avvalendosi della facoltà di cui all’articolo 30, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396, possono essere rilasciati in copia integrale a chi vi abbia interesse, in conformità alla legge, decorsi cento anni dalla formazione del documento”

Si potrebbe pensare che una donna che non vuole essere nominata o identificata sarà maggiormente invogliata a farsi aiutare, durante le delicate fasi del parto, da una struttura sanitaria solo se è certa che potrà mantenere l’anonimato. Altrimenti potrebbe scegliere di abbandonare il neonato o peggio ancora mettere a rischio la sua vita e quella del proprio bambino andando incontro ad un parto senza assistenza. Tuttavia, la Corte Costituzionale nel 2013 ha dichiarato illegittimo l’articolo 28 della 184/1983 e su tale scia è ripartita la volontà di modificare la normativa.

La proposta attualmente in discussione ed in via di approvazione legittimerebbe un vero e proprio diritto a ricevere informazioni riguardo alla propria origine. Sul versante opposto mi trovo concorde con la possibilità data alle donne di partorire in una struttura sanitaria nel più stretto riserbo. Ciò favorisce senza dubbio una maggiore assistenza medica per la donna, ma anche maggiori possibilità per il bambino di nascere in condizioni ottimali.

Bisognerebbe trovare il perfetto equilibrio tra le parti: da un lato il figlio che desidera sapere chi gli ha dato la vita e dall’altra una donna divenuta madre mettendo al mondo un figlio, che poi per svariate ragioni ha dovuto lasciare. Per ora, sembra che i nostri legislatori vogliano provarci, si spera che ci riescano in tempi brevi, senza dover attendere altri cento anni.

Un ringraziamento al dott. Magri per la sua disponibilità.

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Il genitore adottivo cresce nella sua esperienza mettendo al centro di tutto il bambino che accoglie, sapendo quanto nella vita potrebbe rivelarsi fondamentale per lui o lei il poter stringere tra le mani le fila della propria storia.

Un cambiamento così importante chiede di essere pronti e di certo necessiterebbe di figure di supporto per garantire a tutti i protagonisti il sostegno psicologico più idoneo.

 

 

 

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