Come interpretare il lutto biologico

Era il 28 marzo 2012 quando sentii parlare per la prima volta di lutto biologico. Quel giorno mio marito ed io incontrammo una psicologa dell’equipe adozioni della nostra zona per avere informazioni sul cammino adottivo che desideravamo intraprendere. Al di la’ di ogni aspettativa ci portammo a casa un bel po’ di sensazioni nuove, difficili da digerire. Le parole erano state pesanti come macigni, ma illuminanti come un raggio di sole.

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Avevo raccontato questo episodio così importante per noi alcuni mesi fa, evidenziando uno degli spunti di riflessione che ci avevano colpito: stavamo svicolando dall’elaborazione del lutto biologico.

Non fu semplice da comprendere. ll termine lutto viene normalmente utilizzato in situazioni diverse della vita, di fronte alla perdita di una persona cara, invece la psicologa lo aveva usato parlando della nostra impossibilità di concepire un figlio biologico.

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Magari tu che mi stai leggendo ti stai chiedendo cosa vuol dire e spero che quanto leggerai di seguito possa essere utile. Per chiarirne il significato ho voluto interpellare una professionista, perché viverlo sulla propria pelle è un vortice di emozioni difficile da spiegare.

Ho parlato con la d.ssa Elena Gregorio, psicologa e psicoterapeuta, chiedendole la disponibilità a scrivere su questo tema. Di seguito vi riporto il suo contributo.

“Normalmente quando parliamo di lutto pensiamo ad una situazione nella quale muore qualcuno a cui siamo affezionati. Ma nell’essere umano la sensazione di perdita si collega non solo a questo frangente, ma a moltissime altre situazioni, come ad esempio le separazioni.

Un altro tipo di perdite molto frequenti non sono legate alla morte o alla separazione, ma al cambiamento. In ogni cambiamento infatti ci si ritrova con una situazione precedente che non può più essere mantenuta e che viene quindi persa e una situazione futura, che non si conosce e genera angoscia, e rappresenta un vero e proprio salto nel vuoto per l’individuo che la deve affrontare.

Ad esempio quando nasce un figlio la coppia attraversa un grande cambiamento che potrebbe sconvolgerne gli equilibri. Ma se il figlio non nasce? Se la coppia non potesse realizzare il desiderio genitoriale in maniera classica, ovvero biologicamente? Ecco allora che la persona tratta il sogno crollato come qualsiasi altra perdita, come tale viene vissuta come un vero e proprio lutto. Si scopre di dover rinunciare a quel figlio immaginario, ancora non nato, ma ben presente dentro ciascuno di noi. Tutto questo potrebbe scatenare sensazioni di perdita, sensi di colpa e quasi un senso di violazione, di ingiustizia, oltre che un disagio sociale e un senso di vergogna.

In questa fase la sofferenza viene aumentata dal fatto che si è perso non solo il figlio desiderato, ma con esso si deve rinunciare a tutte le fantasie ad esso connesse, ai propri desideri, ad una vita immaginata e mai vissuta, alle proprie speranze.

Il lutto va riconosciuto, chiamato per nome, accettato, elaborato e superato, se si vuole ridare spessore alla propria vita personale, coniugale e sessuale in tutti i suoi aspetti. Riconoscere e accettare dentro di sé quello che viene chiamato il lutto della sterilità, e aprirsi allo scambio emotivo rappresenta il primo passo per predisporsi al cambiamento. Come tutti i lutti, anche questo non è un evento singolo ma un processo, che andrebbe vissuto con estrema accettazione e che può variare da persona a persona.

Avviene una riorganizzazione della propria vita, fino a quando si trovano nuove energie vitali per poter proseguire il proprio percorso di vita. La generatività, non va intesa solo come possibilità di dar vita a nuovi individui, ma come la capacità insita in ogni coppia di dar vita a progetti comuni finalizzati a una crescita complessiva, nuove idee, nuove attività, nuove azioni.”

Dal mio punto di vista ricordo questo processo come l’attraversamento di un tunnel.

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Sembrava di brancolare nel buio, ma quando ho lasciato vivere le mie emozioni, senza la paura di ascoltarle fino in fondo, ho visto la luce. Ringrazio la psicologa che quel 28 marzo 2012 ha aperto gli occhi a me e mio marito. Avevamo ancora bisogno di un po’ di tempo prima di iniziare il nostro viaggio lungo la strada dell’adozione.

Non esistono orologi che battono il tempo, tutto è strettamente soggettivo. L’importante è ascoltare sempre se stessi fino in fondo.

Ringrazio il prezioso contributo della d.ssa Elena Gregorio e spero di poterla ospitare su questo blog per parlare di altri argomenti.

Se ci sono temi che desideri approfondire o informazioni che vuoi chiedere scrivimi tramite l’area Contattami.

A presto!

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