28 Marzo 2012, della serie “Io speriamo che me la cavo”

Era il 28 Marzo del 2012 quando incontrammo per la prima volta una delle
psicologhe dell’Equipe adozione della nostra zona. Avevamo fissato un appuntamento per avere informazioni sulla pratica adottiva.

Ci siamo presentati pensando di avere indicazioni burocratiche ed invece ne uscimmo provati. Della serie:” Io speriamo che me la cavo”. Quel giorno eravamo rimasti profondamente colpiti dalla chiacchierata con quella dottoressa. Ci aveva messo di fronte a delle riflessioni che ancora non avevamo fatto, ci aveva spinti a rimescolare tutte le nostre certezze, mettendo tutto in discussione.
Scegliere l’adozione non era sufficiente, ancora non avevamo fatto i conti con tutte le emozioni accumulate in quei mesi. Io soprattutto, avevo aggirato l’ostacolo facendo di quelle sensazioni un bel fagotto raccolto e ben chiuso e lo avevo accantonato.

Le sue parole furono circa queste ” A me pare che lei abbia dato ascolto più alla testa che alla pancia”.

Avevo zittito quel tumulto che provavo vedendo pancioni e neonati e mi ero dedicata unicamente a sfamare quel desiderio d’informazione, che ci avrebbe permesso di intraprendere il cammino adottivo.

Quel giorno mi sentii dire di dover “masticare” e “attraversare” quel vortice di emozioni, di “non svicolaredal lutto biologico che stavamo vivendo per quella “quasi infertilità”. Se non l’avessimo fatto, non avremmo potuto comprendere il vero significato della genitorialità adottiva.

Mi affannai a spiegare alla psicologa che il mio desiderio di diventare mamma non era legato a quello della gravidanza. Nel mio cuore e nella mia testa mio figlio non aveva volto, nè sesso, nè somiglianze. Non aveva miei “pezzetti” come li chiamò la dottoressa. Io immaginavo una risata, un abbraccio stretto stretto. Lo immaginavo piccolo.

“Non abbiate fretta” ci disse quel giorno. E pensare che io già il giorno stesso sarei andata in Tribunale per la nostra disponibilità all’adozione.

Uscimmo con due paia di sguardi affranti, sconsolati, tristi. Io avevo gli occhi rossi, lucidi ed ero arrabbiata. Sentirsi dire la verità a volte fa un po’ male.

MInuti di silenzio.

Mio marito ed io eravamo ben decisi sulla nostra scelta adottiva. Non ci interessava se il fiocco sarebbe stato rosa o azzurro, o quali sarebbero state le origini o l’età ( lo immaginavamo piccolo questo è vero).

Avevamo avuto degli spunti di riflessione molto importanti, ce ne rendemmo conto solo successivamente. Quella psicologa ci aveva dato degli strumenti molto utili per iniziare il cammino.

Il giorno dopo quell’incontro dissi a mio marito, scriviamo su un cartellone tutte le parole che ieri ci hanno colpito.

Eccolo:

IMG-20150216-WA0007

Lo appendemmo in cucina, bene in vista.

(Spero possa essere un utile suggerimento quello del cartellone, permette di soffermarsi su quelle parole che ci spingono a riflettere. Cosa ne pensate? )

Nei giorni a seguire decisi di ascoltare “la pancia”. Le emozioni non vanno mai accantonate, bisogna lasciarle vivere. Mi sentii davvero libera da quel groviglio di sensazioni che mi pesavano sul cuore. Mio marito, anche lui era più sereno.

Mettemmo un punto ( il secondo) e andammo a capo. La strada poteva proseguire!

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