Storie di “radici” e i suoi protagonisti. Intervista all’esperta di adozione, Anna Genni Miliotti

Ancora oggi quando voglio rileggere un libro che parli di adozione mi avvicino alla libreria e prendo sempre lo stesso: “A come Adozione” di Anna Genni Miliotti, edito da Franco Angeli/Le Comete. Una raccolta di parole che iniziano con la lettera A, che raccontano i vari aspetti legati al percorso adottivo, quelli più burocratici, quelli più psicologici, quelli che sono il frutto di un’emozione che esplode nella pancia e avvolge tutto il nostro cuore e la nostra testa.

A volte lo apro a caso e mi soffermo su quelle pagine, le leggo e rifletto. Pochi giorni fa mi sono trovata davanti alla parola “Amore”. Un sentimento grande, il primo dono che hanno ricevuto i nostri figli. Si, perché la vita è un gesto d’amore. Quelle pagine portano a riflettere sulla storia dei bambini adottati, a come noi genitori adottivi raccontiamo ai nostri figli della loro nascita, delle loro radici, delle loro origini.L

Il tema della narrazione è un punto cardine del percorso adottivo e per parlane ho scelto di contattare la Dott.sa Anna Genni Miliotti. L’autrice di questo libro vanta un’esperienza pluriennale come docente universitaria e formatrice in corsi per professionisti del campo adozione e per genitori adottivi, organizzati da vari Enti e associazioni del territorio nazionale. Numerose le sue pubblicazioni e i libri pubblicati con Franco Angeli, con Libri Liberi e Editoriale Scienza- Gruppo Giunti.

Anna oltre a conoscere professionalmente il cammino adottivo, lo ha vissuto in prima persona.

Le ho rivolto alcune domande sul tema della narrazione ed è stata molto disponibile e gentile nel suo contributo, che ritengo sia molto utile a tutti i genitori adottivi e credo sia un aspetto molto importante anche per gli insegnanti delle scuole.

Quanto ritiene sia importante la narrazione della storia al proprio figlio adottivo per valorizzare le sue radici?

Direi che è basilare. E non è affatto facile. I genitori adottivi non sono affatto preparati. Ed il lavoro che talvolta viene fatto in incontri di gruppo con gli psicologi, è spesso centrato sulla genitorialità, più che sul figlio. Io lavoro con i genitori per creare una tipo di narrazione che “nutre” il bambino, rispondendo alle sue domande con delicatezza ma anche con senso del reale. E per farlo star bene, deve essere il bambino al centro della narrazione, non il genitore, né la sua ricerca di un figlio.

Secondo lei la storia deve essere più una favola, quindi con personaggi fantastici, o più una narrazione quanto più vicina alla realtà? La scelta può essere fatta in base all’età del bambino e adeguata via via durante la sua crescita?

Ognuno può creare la sua favola come crede meglio. E’ indifferente la forma. Importante il contenuto che deve essere comunque vicino alla storia dell’adozione e a quella del bambino. Ovviamente va adeguata alla crescita, per i bambini più piccoli il linguaggio è più semplice. Ma il contenuto, ed il senso della narrativa è lo stesso: rispetto per le origini del bambino, e per la sua nascita.

Quali elementi ritiene siano fondamentali per questo tipo di narrazione e quali invece crede siano da evitare?

Come ho detto, fondamentale è la centralità del protagonista, il bambino. E’ da lui che deve partire la storia, o dalla sua mamma di nascita (o di pancia). E’ qui che il bambino deve trovare le risposte alle sue domande. Nel mio libro ci sono molti elementi che possono rispondere ed indicare una linea narrativa: chi mi ha tenuto nella pancia? perché mi ha lasciato?… ecc. Da evitare termini come “abbandono”, nefasto e assolutamente non corrispondente alla realtà delle storie di adozione, in Italia come nel Mondo (vd. quanto dimostro nel mio libro “Ci vuole un paese” Franco Angeli). Purtroppo molto usato nel linguaggio comune oltre che da alcuni pessimi operatori.

Nella psicologia infantile si consiglia di cominciare sin dai 6 mesi a raccontare le prime favole ai bambini. Lei quale pensa sia l’età consigliata per iniziare a raccontare la storia ai nostri figli?

Ogni giorno è buono. Certo i bambini che si adottano, seconda la media, hanno tra i 5-6 anni, l’età giusta per una narrazione. Occorre comunque attendere la condivisione del linguaggio (adoz internazionale) e la creazione di una complicità relazionale, alla quale comunque la narrazione aiuta moltissimo.

Si sente dire talvolta che è meglio non mitizzare o rendere troppo poetica la figura della mamma biologica, come ovviamente, nemmeno drammatizzata o negativizzata. Quale pensa possa essere la giusta linea da tenere nel parlare dei genitori biologici

Per intendersi bene, non si costruisce niente se non si parte da un uso corretto etico dei termini. Mamma biologica va bene forse per gli articoli di una legge, ma nel linguaggio comune assolutamente no. Purtroppo è il termine che “piace” ai genitori adottivi, fa della mamma di nascita (termine corretto ed usato nella terminologia comune internazionale) una macchina, un qualcosa di assolutamente asettico, lontanissimo da quel contatto “di ciccia” che invece bambini e mamme hanno avuto altrimenti… nessuno sarebbe nato, no?!

Per quanto riguarda negativo, dramma o no, occorre sempre pensare a chi ascolta la storia, e a quello di cui ha bisogno. Mi spiego: ogni volta che drammatizziamo, o neghiamo, o diamo una immagine negativa alla mamma di nascita, neghiamo o diamo una immagine negativa al bambino stesso. Lui è quella pancia, lui è quella nascita. Il dolore della “separazione” che c’è stato, invece non va negato. Va narrato, perché è parte importante della storia, in maniera semplice e concreta. Senza drammaticità né enfasi, ma spiegato in maniera semplice che un bambino possa comprendere.

Rispetto a questo tema e alla sua esperienza personale che considerazioni può fare?

Posso dire che, dopo aver spiegato e lavorato con i genitori adottivi su come costruire la storia e su quali elementi affermare, attraverso i protagonisti, le storie cambiano, e nascono delle belle favole. I genitori spesso preferiscono usare gli animali, così anche come molti autori, specie con i bambini più piccoli. Ma il contenuto non cambia: nella favola ci devono essere tutti i protagonisti, ed il senso finale deve essere non quello di una ricerca di un figlio da parte di una coppia, ma della ricerca corale di una nuova famiglia per un piccolo che non l’ha più.

Scelga una parola con la lettera A ( come nel suo libro A come Adozione) che possa fare da filo conduttore nella narrazione della storia di un bambino adottato.

Direi senz’altro A come Ascolto. La narrazione non può esserci se prima non si presta un vero ascolto al proprio bambino. Ai suoi bisogni, alle sue paure, al suo dolore, come anche al suo stupore, alla sua gioia, e alle sue tante domande. E’ per rispondere a queste, che si racconta. Ma anche per creare quel legame forte e nutriente che lega ogni genitore al proprio figlio.

Le due parole che mi hanno colpito “mamma di nascita” e “nutrire”, oltre a tutti gli spunti di riflessione che la Dott.sa Miliotti ci ha offerto.

Presto, ad Ottobre, pubblicherà un nuovo libro di favole scritte con bambini e genitori, scritto per Franco Angeli.

Tra le mie prossime letture, “Mamma di pancia, mamma di cuore” della stessa autrice.

Per chi volesse contattare Anna Genni Miliotti: contact@annagennimiliotti.it o su fb o sui siti siti www.adozioneinternazionale.netwww.annagennimiliotti.it, dove troverete anche indicazione dei titoli dei suoi libri.

Grazie Anna per il suo intervento e per i suoi preziosi suggerimenti!

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