Chiamiamolo "small talk"

Immaginiamo di trovarci in ascensore con alcuni colleghi di lavoro che non conosciamo o con i quali non c’è alcuna confidenza. Si tratta di soli due o tre piani, eppure non resistiamo al silenzio. Spesso lo rompiamo anche solo con una frase di circostanza, appellandoci al sole che abbiamo lasciato fuori da quelle quattro mura, o al vento che ci ha spettinato i capelli. Insomma, se ci pensiamo, due parole qualsiasi le troviamo da dire anche con chi non abbiamo mai visto. Possiamo trovarci in situazioni analoghe anche nella sala d’attesa dal medico, in coda in posta, davanti alla macchinetta del caffè e chissà in quanti altri luoghi del nostro quotidiano.


Si tratta di un fenomeno sociale molto interessante, gli inglesi lo lo chiamano “small talk” o semplicemente chiacchiere sociali.
Recentemente ho letto un articolo su una rivista scientifica, Focus, che tratta di quest’argomento ed essendo un aspetto della comunicazione che mi incuriosisce, ho deciso di approfondire.

Vorrei partire da uno dei così detti assiomi della comunicazione, che nel 1967 Paul Watzlawick ha introdotto:
“Non è possibile non comunicare”, in quanto l’atto del comunicare è un comportamento e come tale, considerato che non è possibile assumere un non – comportamento, giungiamo alla conclusione di  Watzlawick. Quest’ultimo ha definito il processo comunicativo secondo due dimensioni, quella del contenuto e quella della relazione.

Quindi, torniamo allo “small talk” e prendiamo queste  “4 chiacchiere” e analizziamole secondo il principio suddetto. A livello di contenuto, spesso le informazioni sono scarse, mentre a livello di relazione rappresentano un bel trampolino per i contatti sociali o senza troppe aspettative, comunque uno strumento per toglierci dall’imbarazzante silenzio. Infatti, alcuni studi di psicologia, riferiscono che il silenzio crea disagio e che conversare soddisfa il bisogno di autostima e validazione sociale.

Questi scambi comunicativi  sono importanti per la forma e non tanto per la sostanza. Il “come” vale di più del “cosa”. 

Un altro spunto è quella che gli studiosi di comunicazione definiscono “funzione fatica del linguaggio” utile per stabilire il contatto, come una sollecitazione del mittente sul suo interlocutore. I convenevoli hanno questo valore e modellano le relazioni a seconda della situazione.
Infatti, oltre che permettere un primo approccio, in molte occasioni la chiacchiera di cortesia consente di entrare delicatamente in sintonia con l’altra persona. Il segreto è mantenersi sempre fuori dalla sfera personale della persona, con argomenti accessibili e non invadenti.

Tutto si collega, come capita spesso nell’era di Facebook, alla domanda ” A cosa stai pensando?”, cerchiamo il contatto con gli altri, l’appartenenza sociale.
Su, facciamo ancora uno sforzo e pensiamo al concetto di bisogno del famoso Maslow e alla sua piramide


(fonte Wikipedia on line)

Possiamo dire che lo “small talk” si posiziona al terzo gradino?

Ebbene quelle 4 chiacchiere ricche di sfaccettature comunicative soddisfano davvero il bisogno umano di identificazione e di riconoscimento da parte degli altri? ( Ehi? Mi vedi? Ci sono anche io! attiriamo l’attenzione su di noi?).

In alcuni casi, credo sia questo tipo di conversare, una ricerca di conferme nelle nostre relazioni sociali. 

Mi piacerebbe conoscere la vostra opinione.

Buon small talk a tutti!

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