Il tempo delle vacanze

Finalmente riesco a fermarmi e scrivere delle emozioni della nostra famiglia. Il tempo delle vacanze trascorre veloce, tra corse, giochi e passeggiate. 

Sono giorni che attendevo questo momento, per fissare i ricordi più belli di questa vacanza, raccogliendo i pensieri nelle parole. A volte temo che scivolino via, perdendoli per sempre. 

La nostra casa siamo noi tre, ovunque è meraviglioso. Poi, si avvicina il momento della partenza e si comincia ad avvertire nostalgia della quotidianità.

Le piccole scoperte e le grandi conquiste 

Al mare

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Porto con me la bellissima sensazione di libertà, l’ho sentita vibrare forte, camminando sulla spiaggia, affondando i piedi nella sabbia. Intanto, il mare, increspato dalle onde, riportava a riva il pallone che mio figlio lanciava in acqua per vederlo, poi, tornare. L’ho avvertita forte, rincorrendo il mio ometto e facendomi inseguire, per arrivare insieme dal papà e abbracciarci tutti e tre. L’abbraccio di famiglia.

Camminare mano nella mano con mio marito e vedere nostro figlio correre felice, mentre inseguiva le onde e cercava tesori. Poi, quando trovava le conchiglie, ce le portava con lo sguardo pieno di gioia. Non è mancato il gioco delle impronte, perché lasciare il segno sulla sabbia bagnata diverte grandi e piccini.

I giochi al mare cambiano da un anno all’altro. Quest’anno in acqua abbiamo iniziato con i bagnetti con salvagente o braccioli, per arrivare agli ultimi giorni in cui non voleva più nulla. Solo le mani di mamma e papà.

Ho ripensato a quando aveva 10 mesi e faceva i primi passi. Vederlo camminare dove il fondale era basso, rimanendo in perfetto equilibrio e senza alcuna paura, è stata una grande emozione.

Tutto il lido ormai lo conosce come il piccolo Robin Hood, così come si è presentato a tutte le persone che andava a salutare e che lo vedevano giocare e correre senza sosta. Socievole e instancabile.

Abbiamo scritto sulla sabbia e abbiamo disegnato le nostre faccine felici, quelle più stanche e quelle, talvolta, più arrabbiate. Anche così abbiamo imparato a capire insieme le nostre emozioni, perché per i bambini non è sempre facile riconoscerle, soprattutto quando vivono tante novità, tutte insieme.

Ci sono stati anche capricci, pianti e momenti più faticosi, quando nei bambini sopraggiunge la stanchezza e noi genitori abbiamo bisogno di fermarci e riprendere fiato.

Dalla spiaggia alla campagna

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Dai giochi al mare, alle camminate più impegnative tra gli alberi d’ulivo: nostro figlio continua a correre.

E’ bello vedere la sua voglia di scoprire, senza paura di nulla. Certo, a volte penso, avesse più coscienza del pericolo magari, sarebbe meglio. E’ un continuo movimento e anche se per noi rimane poco tempo, vivercelo al massimo riempie le giornate di vitalità. Poi, arriva la sera e lui crolla. E noi, anche.

Siamo andati a vedere la pista di atletica di questo piccolo paese della Basilicata. Era così felice di poter correre libero. Guardava dritto davanti a lui  e si voltava solo quando avvertiva che noi avevamo rallentato. Poi, dopo aver visto a che punto eravamo, ripartiva. La sua voglia di correre credo sia qualcosa che gli scorre nelle vene.

Anche il nostro piccolo corridore ogni tanto si ferma. Quando assiste a qualcosa di stupefacente, che lo incanta e lo lascia senza parole. Come i fuochi d’artificio. Osservava quei disegni nel cielo e ne cercava il riflesso nelle finestre delle abitazioni vicine. I dettagli non gli sfuggono.

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L’ho tenuto abbracciato a me per tutto il tempo dello spettacolo e mentre lui guardava meravigliato quegli effetti di luce, io osservavo la sua espressione e sentivo di poter toccare il cielo con un dito. Esplosione di emozione.

 

E’ bello vederlo così vivo!

 

A te, ovunque tu sia

Abbiamo scelto, così le nostre vite si sono unite. Tu hai scelto di far crescere e nascere il bambino che portavi in grembo, io di diventare mamma adottiva.

Ti penso, ogni tanto. Talvolta, ancora, ti cerco negli occhi delle donne che incrocio per la strada.
Mi chiedo se pensi al piccolo a cui hai dato la vita e se hai voluto e potuto vederlo alla nascita. Dopo averlo sentito muovere nel tuo ventre, dopo averlo sentito piangere appena nato, come sei sopravvissuta a quello strappo? Mentre lo scrivo, ho un nodo in gola.

Quella separazione ha donato a me la gioia di diventare mamma, ma senza di te non ci sarebbe lui. Tutto è iniziato con l’abbraccio di due vite, con il concepimento, con la sua vita legata a te dal cordone ombelicale e la venuta al mondo.

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Il tempo scorre, il cucciolo d’uomo cresce

Ha un carattere forte, determinato. Sa quello che vuole. E’ vivace e sorride sempre. E’ infinitamente dolce e la sua allegria colpisce il cuore di chiunque lo incontri.

Ieri eravamo al supermercato, vicino ad una giostra a forma di trattore che aveva puntato appena arrivati. Saltellava felice, imitando a gran voce il rombo del motore. Fino a quando ha visto entrare un signore seduto sulla sedia a rotelle, spinto da una signora. Entrambe con il viso cupo, con gli occhi stanchi e lo sguardo triste. Li ha visti ed è esploso dicendo: “Ciao!”. Il suo sguardo era lucente, come sempre del resto. Uno splendido sorriso sulla bocca e una gioia grande negli occhi. Quella coppia ha risposto al saluto e i loro visi si sono colorati di un’espressione felice. Riserva molta attenzione alle persone che lo circondano e con i suoi gesti semplici e teneri, rivela il suo animo sensibile.

E’ molto fisico, ha bisogno del contatto in ogni momento. In braccio a noi e ai nonni è lui quello che fa le coccole, toccando e annodando i capelli intorno alle sue dita. Il legame è forte, indistruttibile.

E’ un bambino con una grande forza, con una carica emotiva e un’intelligenza che lascia a bocca aperta. A volte anche con il fiato sospeso, perché le sue monellerie di bimbo impavido sono a volte senza freno. E’ senza paura.

Ama giocare con gli altri bambini, li cerca. Anche quando si contendono lo stesso gioco, hanno la grande capacità di tornare a correre insieme subito dopo.

Quando chiede la sua storia

Ci sei anche tu. Chiede come ti chiami e quando diciamo che non lo sappiamo, insiste nel voler darti il nome. Ti chiamiamo, mamma di nascita. Non potrò mai descriverti, ma guardandosi allo specchio vedrà sempre i doni che gli hai lasciato.

Ascolta quello che gli raccontiamo e ragiona con la sua testolina riccioluta. Fa domande. E’ curioso, non gli sfugge nulla. La sua risolutezza e la sua caparbietà credo renderanno il cammino più movimentato. Forse, ci saranno risposte di cui non si accontenterà, radici annodate che vorrà sciogliere. Comunque, noi ci saremo.

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Un anno fa ho scelto di cambiare lavoro, di guardare la nostra vita da un altro punto di vista. Ho scelto di vivere il nostro tempo, lontana dai ritmi serrati di un impiego, in ufficio  e a tempo pieno, dallo stress quotidiano di chi è pendolare. Ho scelto di esserci nella sua vita per prendermi cura di lui, crescendo e camminando insieme. Anche inciampando nelle giornate più difficili.

Non sarà mai solo. E tu lo sapevi quando hai scelto quel porto sicuro.

Adora correre, libero. E noi corriamo con lui, felici.

Viaggio nel cuore dell’adozione. Fabio Selini racconta il suo ultimo libro “Io non so ballare il samba”

Quando scelgo un libro da leggere deve scattare il colpo di fulmine. Leggo il titolo e il breve riassunto sul retro, guardo la copertina, le immagini e poi torno al titolo. “Sì, voglio leggerlo!” è spesso un impulso che viene dal cuore. E’ successo così con “Io non so ballare il samba” di Fabio Selini, un bella storia di adozione che ho divorato e che vi voglio raccontare.

Il libro narra sotto forma di diario, il viaggio che Paolo, Giulia e loro figlia, Larissa, hanno fatto in Brasile per conoscere Andrè. Quarantuno giorni di vita pieni di emozione. L’incontro con il figlio adottivo porta con sé il batticuore, la gioia, la difficoltà, la naturalezza che giorno dopo giorno conquista la quotidianità famigliare.

Fabio, papà adottivo e autore del libro, si racconta.

“In quei giorni in Brasile, ogni sera scrivevo alcune pagine del mio diario. Raccogliere le idee e le emozioni era come una coccola per me, per riappropriarmi di me stesso, dopo una giornata intensa e interamente dedicata alla nostra famiglia” mi ha confidato Fabio.

Il libro è dedicato ad Andrè (Otavio nella realtà), il figlio conosciuto in Brasile, che piano piano ha imparato a fidarsi e a lasciarsi conquistare dall’affetto della sua nuova famiglia. Papà Paolo ( Fabio Selini), mamma Giulia ( Gessica) e sua sorella Larissa ( Daria) lo hanno accolto tra le braccia, piccolo e in lacrime, poi tutti e quattro insieme giorno dopo giorno hanno imparato a conoscersi, lentamente. Un amore che cresce gradualmente, che avvolge, che riempie il cuore per sempre.

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Fabio racconta: “Il piccolo Otavio era molto confuso. Aveva 5 anni e mezzo e il suo stato d’animo era quello di un bambino che era stato scaraventato tra persone sconosciute, in una realtà completamente diversa. Non conosceva il significato di famiglia. Aveva la tata, aveva un letto diverso, viveva in un ambiente diverso. Doveva abituarsi e ha avuto bisogno di tempo. Il nostro primo incontro è stato più razionale, rispetto a quello con Daria, la nostra prima figlia adottiva. Lui aveva un passato diverso e un’età diversa, quindi una percezione molto più chiara di quello che accadeva”.

Il Brasile in quei giorni era, sì, la terra natia del piccolo Otavio, ma anche una realtà diversa da quella a cui erano abituati, che faticosamente vivevano, sapendo di non poter partire quando volevano. Tornare finalmente a casa per creare il loro nido, nuovo per tutti e quattro era il desiderio più grande. Hanno atteso 41 giorni per poter partire, hanno vissuto con ansia l’esito degli incontri con gli assistenti sociali e il decreto finale del giudice brasiliano. Poi, dopo diverse peripezie, ritirarono l’ultimo documento e pronti a partire, Otavio gridò: “Italia, Italia!”

“E’ stato un periodo denso di avventure e di momenti difficili con nostro figlio. Nonostante tutto sapevamo che sarebbe andata bene. Fosse stata la prima esperienza, la preoccupazione di quei giorni sarebbe stata disperazione. Abbiamo superato le difficoltà con amore, ragionevolezza e con il dialogo tra noi e con i nostri figli. – aggiunge Fabio – E’ fondamentale che la coppia si parli, si confronti e si confidi le debolezze e i pensieri meno luminosi. Poi, Daria è stata una grande risorsa per tutti noi. Ha accolto suo fratello con un cuore grande”.

Uno degli elementi che mi ha colpito in questo libro è stata la dedica iniziale.

A Otavio e Daria, i miei figli. A Michail e Vova, i miei figli perduti. A Gessica.

Ho chiesto a Fabio se voleva parlarmi dei figli perduti, perché proprio nei giorni scorsi avevo letto la sua intervista al magazine Vita, dove raccontava della triste storia che ha coinvolto la sua famiglia. Il caso delle adozioni in Kirghizistan.

E’ una storia che ci ha segnato la vita. Non è finita, ci sarà un processo. A quei bambini abbiamo fatto delle promesse e non abbiamo nemmeno potuto chiedergli scusa. Non sappiamo più nulla di loro”. Per migliorare l’istituto delle adozioni, bisogna parlare anche di ciò che va male, delle storie che hanno avuto un dolce inizio, come quello con Vova, con cui Fabio, Gessica e Daria hanno trascorso due settimane. Un tempo per cominciare ad amarlo, di un amore senza fine. Poi, purtroppo, lo scandalo in Kirghizistan li ha colpiti duramente. Da lì, un grande dolore.

Nonostante tutto, Fabio continua a credere nella meraviglia del diventare genitori con l’adozione.

Il loro cammino li ha portati in Brasile a conoscere Otavio, che oggi ha sette anni e ha un legame sempre più forte con la sua famiglia. “La sua energia è un ingrediente fondamentale da sempre!”.

Quando ho scelto di leggere questo libro, il samba è stata la parola che più di tutte le altre mi ha attirato. Ho pensato alla musica, al ritmo e alla vivacità. Avevo ragione! Le pagine del libro si susseguono, raccontando ogni emozione rendendola viva, unica. Ogni momento è scandito e colorato con grande sincerità, rendendo il tutto così reale da far battere il cuore. Fabio ha una scrittura potente, che colpisce, che ti fa venir voglia di leggere ancora.

 “Con mia figlia Daria vorremmo scrivere un libro-intervista dei nostri primi 10 anni insieme. Sarebbe bello parlare di adozione secondo suo punto di vista. – spiega Fabio – Adesso ha 14 anni e sta vivendo la sua estate di divertimenti, poi in futuro, se sarà convinta e decisa, inizieremo a pensarci”.

“Io non so ballare il samba” è un libro che ti consiglio, che parla di adozione internazionale e delle grandi emozioni che prendono vita. L’incontro, i primi giorni insieme, i momenti più radiosi e quelli più cupi, la complicità che prende forma. E, la famiglia adottiva che nasce, adagio, a piccoli passi.